Sulla vela di Bellini soffia al Louvre il vento dell'Islam
«Finalmente sveliamo la vela», dice soddisfatto Mario Bellini. E’ l’architetto milanese otto volte Compasso d’oro a firmare, insieme al collega francese Rudy Ricciotti, il maggior intervento sul Louvre dai tempi della piramide di Pei, ormai trent’anni fa. E si tratta, appunto, di una «vela», sinuosa, ondeggiante e leggerissima, che ricopre la Cour Visconti del più famoso museo del mondo. Sotto, tre piani e 4.600 metri quadrati di nuovi spazi espositivi. Accoglieranno la favolosa collezione di Arti dell’Islam, che finora si vedeva poco, perché ne era esposta solo una piccola parte, e male, perché era sacrificata in stanzette anguste. Anzi, per l’occasione, quella delle Arti dell’Islam è stata promossa da sezione a dipartimento.
Dal punto di vista dell’architettura, il problema era quello solito: come far convivere la modernità del nuovo con le vecchie facciate ottocentesche del cortile Visconti. La soluzione di Bellini è questa struttura che sembra ondeggiare nell’aria, leggera e trasparente, che permette di guardare e di essere visti dal resto del museo. Parlando della «sua» vela, Bellini diventa quasi lirico: «Si vede come attraverso un’ala di libellula». Più prosaicamente, tutto è stato (lungamente) studiato perché entri abbastanza luce per poter apprezzare le opere e non troppa per non rovinarle.
Il resto, un secondo piano e un terzo per i servizi, si sviluppa sottoterra. E qui c’è stata anche una bella sfida tecnica, perché si sono dovute abbassare di otto metri le fondamenta del palazzo, con la Senna a due passi. L’impressione, passeggiando nel cantiere ancora pieno di operai, di polvere e di rumore, è comunque quella di una grande leggerezza, nel «foulard» che copre il cortile (che pure pesa 135 tonnellate) ma anche nelle pareti a vetri. Ricciotti, che è un esuberante, parla di una costruzione mistica «e quasi gastronomica» (il non plus ultra dei francesi) che «prende a colpi d’ascia il minimalismo».
Anche i costi non sono minimali. Tutto compreso, il conto è di 98 milioni e mezzo di euro. Però lo Stato francese ce ne ha messi solo 31 (e il Louvre uno e mezzo): il resto arriva da mecenati privati, 30, e da contributi di altri Stati, 26. Se fate la somma, noterete che di milioni ne mancano ancora 10 e in effetti il «président-directeur» del museo, Henri Loyrette, spiega che li sta ancora cercando.
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