Chiusa la Grande Brera!!
Brera chiusa con i capolavori del Puskin I danni da eccesso di sindacalismo
La Grande Brera di Milano è un essere mitologico metà corpo costituito da proclami politici, l'altra metà da speranze vanificate. Se ne parla da 35 anni e le dimensioni, come per gli esseri fantasiosi dei bestiari antichi, non sono mai certe: Brera in Brera, allargata all'orto botanico, comprendente palazzo Citterio, con o senza accademia di Belle Arti. Fatto sta che la chimera di un nuovo museo statale all'altezza della straordinaria collezione, appare e scompare per magia. Nel mentre del sogno, la dura realtà è una Piccola Brera che soffre tutti i mali che ammorbano i beni culturali italiani.L'ultimo brutto esempio riguarda la mostra dei 17 capolavori del Puskin, prevista all'interno di uno scambio intergovernativo Italia-Russia e ospitata dalla pinacoteca milanese, che è già stata chiusa 16 giorni e altri ancora ne rimarrà in vista del finissage il 5 febbraio. La causa sono le «incomprensioni» tra Sovrintendenza, società organizzatrice, e sindacati dei custodi: prima lo sforamento del tetto massimo di lavoro straordinario, poi la mancanza di fondi per gli straordinari (40 euro all'ora!), quindi l'impossibilità di utilizzare cooperative esterne per coprire i buchi di personale, hanno impedito l'apertura. Si tenga conto che l'esposizione occupa due sale soltanto e per spiegare l'inghippo (perché in un percorso museale normale è necessario pagare gli straordinari ai custodi) ci vorrebbe un manuale di sopravvivenza nella burocrazia nostrana.
L'immagine che ne esce è quella di un'Italietta in cui anche un evento eccezionale che ha portato un +40% di pubblico e vari introiti al museo, viene boicottata in nome del sindacalismo duro. I custodi sono l'ultimo ingranaggio del meccanismo, ma forse lo Stato da qui dovrebbe ripartire, garantendo la massima dignità del lavoro e pretendendo in cambio disponibilità e orgoglio. L'istrionico ex sovrintendente di Napoli, Nicola Spinosa, raccontava di aver trovato un suo custode girare con la macchina fotografica e alla richiesta di lumi si era sentito rispondere: «Dottò, che vuole, se viene un parente mi fingo turista».
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