Noi, uomini dell'Antropocene

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La nostra tragica firma, la nostra ineluttabile impronta, la gravosa eredità che siamo in procinto di lasciare alle generazioni a venire, non è solo costituita dal crescente riscaldamento globale, ma anche dall'invenzione che valse, nel 1963, il premio Nobel al chimico Giulio Natta: la plastica.

L'epoca geologica attuale, nella quale all'essere umano e alla sua attività sono attribuite le cause principali delle modifiche territoriali, strutturali e climatiche è chiamata Antropocene e quel che lascerà a futura memoria è proprio la plastica. Il termine “Antropocene” fu coniato nel 1980 dal biologo Eugene Stoemer, ma si diffuse soprattutto grazie a Paul Crutizen (premio Nobel per la chimica nel 2000) autore del libro “Benvenuti nell'era dell'Antropocene”. Tale periodo ebbe inizio negli anni 50, così è stato stabilito, dopo sette anni di discussioni, da geologi provenienti da tutto il mondo, riunitisi a congresso a Capetown. Essi affermano che “l'azione umana, la rapida industrializzazione e le attività nucleari hanno dato al sistema terra una traiettoria diversa”.

L'Antropocene segue 12 mila anni di Olocene ed è caratterizzato dalle scorie nucleari, dall'erosione accelerata e dallo scioglimento dei ghiacciai, conseguenza di evidenti cambiamenti climatici. Enormi quantità di plastica sono disperse ovunque. Tra un milione di anni, i nostri discendenti troveranno nelle rocce plastica e tracce di materiali prodotti dall'uomo, non presenti in natura. Allarmanti sono le parole, riportate dal quotidiano “La Stampa”, di Silvio Seno, docente di geologia strutturale all'Università di Pavia: “Sentire che lasceremo come impronta a futura memoria la plastica fa un certo effetto, ma ci sono anche i radionuclidi prodotti durante i test nucleari, i fertilizzanti nei suoli e il particolato in sospensione nell'aria che si deposita in livelli riconoscibili in sedimenti e ghiacciai. L'obiettivo della scienza, però, non deve essere solo registrare questi cambiamenti, ma anche sensibilizzare e responsabilizzare tutti, facendo prendere coscienza dei nostri comportamenti e sapendo che alcuni di questi segnano addirittura l'inizio di una nuova epoca geologica”.

Inevitabilmente è giunto il momento in cui noi, uomini dell'Antropocene, non possiamo che prendere atto dell'ormai irreversibile danno che abbiamo inflitto all'ambiente.

Produciamo 300 milioni di tonnellate di plastica ogni anno, di cui, secondo una stima, 50 milioni sarebbero disperse negli Oceani, per lo più in profondità e solo l'1% in superficie. I numeri sono allarmanti. Possono forse non produrre un sussulto in ognuno di noi? Possono forse non scuotere le nostre coscienze colpevoli? Ulteriormente agghiacciante è il fatto che le microplastiche sono mangiate dai pesci e finiscono quotidianamente nei nostri piatti. Il dato potrebbe triplicare nei prossimi dieci anni. Un cambio di rotta è vitale e drammaticamente necessario. Un ottimo traguardo potrebbe essere un cambiamento nel modo di confezionare i beni di consumo, cercando di limitare il più possibile il numero di buste di plastica e produrre pensando alla possibilità di un riciclo del prodotto in questione. Evidentemente la scienza adempie efficacemente ogni sua funzione: riscontra un cambiamento, lo descrive e ipotizza un'adeguata soluzione. Ma quanti uomini dell'Antropocene sono davvero disposti a impegnarsi per il bene del proprio pianeta? Credo che l'uomo sia un grande teorico del cambiamento: la consapevolezza della caducità della vita e dell'equilibrio instabile di ogni situazione sono connaturate al nostro essere uomini; ma la scarsa forza di volontà e un diffuso e annichilente senso di impotenza dinnanzi alla grandiosità (o alla fragilità) di certi fenomeni ci impedisce di compiere anche solo un passo in direzione del progresso. Con quest'ultimo termine non alludo a mirabili scoperte tecnologiche che possono nobilitare, ma talvolta anche denigrare l'intelligenza umana, bensì a un concetto che facilmente si sposa con un obiettivo di decrescita felice in cui il benessere del pianeta ha la priorità sulla nostra insana tendenza a fagocitarne le risorse. Trovo più che mai attuali questi versi scritti da Giacomo Leopardi ne “La Ginestra” per criticare il suo secolo, incapace di comprendere il vero signiificato del progredire:

secol superbo e sciocco,
che il calle insino allora
dal risorto pensier segnato innanti
abbandonasti, e volti addietro i passi,
del ritornar ti vanti,
e procedere il chiami.”

Ancora una volta noi uomini, ospiti ingombranti su questa terra, siamo protagonisti di un' età “superba e sciocca” perchè caratterizzata dal nostro irrazionale ed euforico incedere, che è come un orologio dal meccanismo impazzito.

Se essere consci del nostro impatto sull'ambiente è già un punto di partenza, la consapevolezza non basta però a cambiare le cose. Non serve studiare e conoscere i fenomeni nel dettaglio a livello teorico se non si comprende che forse è il caso di partire da sé e seguire il celebre consiglio di Gandhi: “Sii tu il cambiamento che vuoi vedere nel mondo”.

Dovremmo sentirci tutti chiamati in causa alla domanda che il cantautore canadese Neil Young pone all'umanità in una delle sue canzoni: “Who's gonna stand up and save the Earth?”

Di certo non si può tornare inidetro, ma possiamo almeno porre fine all'Antropocene?

 

Articolo di Lorenza Valle

 

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