Artisti e droga

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Psicoattive

Opere Dro-golose

L'arte realizzata sotto l'effetto di stupefacenti.

di Bruno Giurato

La liason tra arte e droga è uno dei punti fermi (ma non troppo) della modernità. A partire dalla sentenza del poeta e incisore visionario William Blake: «Se le porte della percezione fossero aperte vedremmo ogni cosa come realmente è: infinita». L'arte in quel, buono o cattivo, infinito ci si è buttata a pesce.
Gli antichi mistici digiunavano e pregavano per ficcare il naso nell'infinito divino. «I mistici moderni sono i drogati» invece, come diceva lo scrittore Drieu La Rochelle. L'infinito non è più divino, è magari diabolico, o forse solo ricerca di una “coscienza allargata” come volevano i fricchettoni dei Sessanta e consumatori di Lsd. Le droghe: hashish, oppio, Lsd, eroina, cocaina, alcol, psicofarmaci hanno scritto, suonato, recitato, filmato. Hanno ordito la trama dei giorni, pompato straniamenti e terreno creativo per raccontare i tempi.

Stevenson scrittore all'ergot

Infinite le opere letterarie scritte da sostanze psicoattive. Da Confessioni di un mangiatore d'oppio di Thomas De Quincey, ai Paradisi artificiali di Charles Baudelaire, alla benzedrina di On the road per Jack Kerouac. E in mezzo molti, moltissimi scrittori in estasi: Coleridge, Poe, Gautier, Baudelaire, Nerval, Hugo, Novalis, Bulgakov, Maupassant, Freud, Nietzsche, Bulgakov, Junger, Benn, Benjamin, Cocteau, Artaud, Michaux, Burroughs, Ginsberg.
Ma il caso più strano è quello di Robert Lous Stevenson, che secondo recenti ricerche avrebbe scritto il Dottor Jeckill e Mr. Hide sotto l'effetto di derivati dell'ergot, un fungo delle segale e del frumento, allucinogeno e potenzialmente letale. L'ergotina veniva utilizzata nell'Ottocento come rimedio contro la tubercolosi, per iniezione e Stevenson era appunto tubercolotico.
SDOPPIATO PER REALTÁ E PER FINZIONE. Secondo due studiosi dell'università di Glasgrow, l'effetto su Stevenson fu quello di trasformarlo in una sorta di “doppio” del suo Mr.Hide. La moglie riferì in una preoccupata lettera dell'agosto del 1885, che era riuscita a stento a convincere Stevenson a smettere di stare a letto in posizione inginocchiata con la faccia sul cuscino. Due settimane dopo Stevenson cominciò a scrivere il famoso racconto sulla duplicità della natura umana. Non per caso.
Un altro caso che si sottrae a ogni parametro è quello di Ernst Junger, l' intellettuale tedesco morto nel 1996 a 102 anni, che sperimentò per conoscenza tutte le droghe possibili, senza rimanerne invischiato e riferendone in lucidi scritti. «Dominare la droga anzichè esserne dominati non è da tutti», ha commentato lo studioso Elemire Zolla. «Junger lo fece, ma chi può dire 'io sono fatto di quella pasta'?». Già, chi può dirlo?

Miles Davis e il tacchino freddo

Il mondo della musica rock pop jazz è legato alla droga dalle origini. La frase Sex drugs & rock'n roll, celebre canzone di Ian Dury, è l'affresco di uno stile di vita, e di tanta musica materialmente suonata dalla droga. Quindi più che sui classici come White Rabbit dei Jefferson Airplane, un vero inno all'Lsd è meglio spigolare negli angoli della storia musicale. Il jazz (o jass, come si chiamava allora) è nato a New Orleans, anche grazie a grandi quantità di cannabis, cosumate con instancabile dedizione dai jazzman.
LA CHITARRA SPINELLATA DI CHRISTIAN. Charlie Christian, tra gli inventori del Be-bop e primo utlizzatore della chitarra elettrica morì nel 1942 a 26 anni, di tubercolosi. In ospedale non aveva rinunciato ai refeers, gli spinelli, fino all'ultimo. Un brano storico come Solo flight, eseguito con l'orchestra di Benny Goodman, è stato eseguito durante i momenti “su” del chitarrista.
E ancora. Secondo alcuni biografi la nascita del Cool jazz a opera di Miles Davis, all'inizio degli anni Cinquanta, ha qualcosa a che fare con l'eroina. Un jazz “freddo”, calmo, rilassato, suonato in uno stato d'animo preso dagli oppiacei: il disco Birth of the cool di Davis e Gil Evans è del 1950. Seguirono anni bui per il trombettista. Che nel 1954 decise di sfilarsi dalla droga con una terapia d'urto: il cosiddetto “cold turkey”, tacchino freddo. Si chiuse in casa senza droga e ne uscì tre settimane dopo, ripulito. Durante la disintossicazione Davis patì pene infernali: «Avevo dolori dappertutto, e il mio corpo puzzava come se fosse stato immerso nel brodo di pollo» disse.

Il pennello drogato di Andy Wharol

La pittura è un altro campo in cui l'animus drogato ha fatto miracoli. Uno dei luoghi fisici dove si sono incontrati più artisti in assoluto è la Factory di New York, un luogo dove si giravano film, registravano dischi, dipingevano quadri, si avevano rapporti sessuali, e ci si drogava; voluto dal padre della Pop Art Andy Warhol. Lo stesso Warhol dichiaratamente consumava svariati tipi di stupefacenti, in particolare Lsd, ed è pacifico pensare che dal barattolo di zuppa Campbell, alla Marilyn Monroe coi colori alterati ci sia molto di stupefacente nell'arte wharoliana. Ma il caso meno conosciuto è quello di Van Gogh. Il pittore olandese era un consumatore accanito di assenzio. E secondo molti critici la sua particolare resa cromatica, evidente in opere come La sedia, sarebbe dovuta allo spirito dell'Absinthe.

Walt Disney, ovvero Lsd per piccoli

Tra le tante storie riguardo ai cartoni animati di Disney, gira quella secondo cui la scena degli elefanti rosa nel film Dumbo sia dovuta all'uso di Lsd da parte degli autori. La realizzazione di Dumbo risale al 1941. La sintetizzazione dell’LSD avvenne un paio d’anni prima, nel 1938. Se ci mettiamo a riguardare l’epico spezzone da grandi è difficile non associare quelle immagini a un trip mentale dovuto a degli acidi.
Lo stesso si dice per la scena delle fantasie di Mary Poppins. E diverse scene del film Fantasia del 1969 sono fortemente sospettate di avere avuto origine acida. Di sicuro uno dei divertimenti psichedelici più praticati, negli Usa e non solo, dagli adulti dell'epoca, era andare al cinema e guardarsi il film con un francobollo di Lsd sotto la lingua.

 

Che si è fumato Mosè?

Ma la storia più incredibile sconfina nella leggenda tra sacro e fantasy e riguarda uno dei più famosi manufatti, anzi opere, dell'immaginario di ogni tempo: nientemeno che le 12 tavole della Legge. Nel 2008 la rivista scientifica israeliana Time and Mind scrisse che «Mosè era sotto l’effetto di droghe durante le rivelazioni sul monte Sinai». Prove certe non ce ne sono (e vorremmo vedere gli studiosi alla ricerca del sacro pusher), ma molti sarebbero gli indizi. Ciò che ha incuriosito l'autore dell'articolo, il professor Benny Shanon, è stata proprio l’affermazione nella bibbia «tutto il popolo vide i tuoni e i fulmini e il suono di un corno e un monte di fumo». Lo stesso Shanon avrebbe avuto modo di sperimentare su se stesso tali percezioni durante gli anni novanta quando si trovava in Amazzonia, e si era imbattuto in una sostanza di nome Ayahuasca.
Anche per la Legge, dunque, varrebbe la citazione: «tutto è fumo, tutto è vanità». Basterebbe sapere con certezza cosa mai abbia fumato Mosè e il cielo cederebbe i suoi segreti.

Mercoledì, 08 Giugno 2011

Fonte-http://www.lettera43.it/cultura/17858/opere-dro-golose.htm

 

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