Golconda - Magritte

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È uno tra i più famosi quadri del pittore belga Renè Magritte, risalente al 1953 e oggi conservato nella Menil Collection di Houston. Come spesso accade nelle opere di Magritte, il titolo fu ideato dal suo amico poeta Louis Scutenair, ed è ispirato dal nome di una città, ormai ridotta in rovina, che si trova nell’India centro meridionale.

Magritte è considerato uno tra i più importanti esponenti del surrealismo, da lui inteso come l’allontanamento da una classica rappresentazione della realtà borghese, in modo da portare alla luce una critica e una verità altrimenti nascosta agli occhi meno attenti; si può dire che attraverso immagini surreali voglia dare un messaggio strettamente legato alla realtà circostante.

Una delle caratteristiche più belle di questo quadro è il suo mistero; non esiste infatti una vera e propria interpretazione dell’opera, neanche da parte dello stesso autore ( Magritte ci spiega nell'articolo Les mots et les images ("Le parole e le immagini"), pubblicato nel dicembre 1929 sul numero 12 della rivista La révolution surréaliste, che «un oggetto non possiede il suo nome al punto che non si possa trovargliene un altro che gli si adatti meglio» ).

Sono rappresentate delle figure identiche tra di loro, uomini vestiti in nero, con bombetta, soprabito e ombrello, sospese in aria, come se stessero cadendo dal cielo o stessero salendo verso di esso. L’unico elemento che le differenzia è la loro  posizione nello spazio e la direzione dei loro sguardi. Il paesaggio consiste in un cielo azzurro fortemente bidimensionale e nei tetti di case tipicamente belghe; questo quindi porta a far coincidere il punto di vista dello spettatore con quello che potrebbe essere di una di quelle figure anonime sospese nell’aria, perché si vede solo la sezione più alta delle abitazioni; noi stessi quindi entriamo a far parte del quadro e diveniamo una figura munita di bombetta e ombrello che si libra nell’aria. Come è già stato detto non esiste un’interpretazione generale ed universale del quadro, e questo ci permette di dar spazio all’immaginazione. Consideriamo il periodo storico del dipinto, il 1953: non sono trascorsi neanche ancora 10 anni dalla fine della II Guerra Mondiale, ricordata come il periodo dei totalitarismi, in seguito alla nascita della società di massa, ovvero caratterizzata dal superamento della dimensione individuale a favore di un collettivo, e in base a questa considerazione potremmo intendere l’opera come una critica all’omologazione, in cui tutti diveniamo delle anonime macchie scure, prive di personalità e individualità, e nell’elevazione da terra potremmo forse anche intendere un’alienazione dell’uomo che perde contatto con la realtà a causa di questo suo riconoscimento con la società di massa invece che con se stesso.

Non esiste un’interpretazione universale, questa è solo una tra le tante, e quindi ognuno di noi può vedere qualcosa di diverso, proprio grazie alla nostra soggettività e diversità.

Vi lascio il commento di Charly Herscovici, il Presidente della Fondazione René Magritte :

“Le immagini erano per Magritte seducenti. Di solito, vedi una foto di qualcosa e ci credi, ne sei sedotto; tu dai la sua onestà per scontata. Ma Magritte sapeva che le rappresentazioni delle cose possono mentire. Queste immagini di uomini non sono uomini, solo immagini di loro, quindi non devono seguire alcuna regola. Questo dipinto è divertente, ma ci rende anche consapevoli della falsità della rappresentazione”

 

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