Il parco più bello d' Italia

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IL TRIONFO DI FLORA

Il parco più bello d’Italia

Villa Pallavicini - Genova Pegli

 

Era il 1840 quando Ignazio Pallavicini diede a Michele Canzio, scenografo del regio teatro Carlo Felice, il compito di progettare il parco della sua villa, seguendo gli schemi e i modi dell’allestimento di una rappresentazione teatrale. Tre atti suddivisi in quattro scene ciascuno, il tutto distribuito su di una superficie di più di 3 ettari: gran parte della collina di San Martino, luogo dove è situata la villa. Lo spettacolo concepito dal marchese, quindi, non si sarebbe dovuto sviluppare nello spazio, ma nel tempo.

In sei anni l’opera fu portata a compimento, permettendo oggi ad innumerevoli visitatori, non solo di accedere ad un luogo di delizie e di svago, ma anche di compiere un percorso iniziatico alla scoperta del mondo, e quindi anche di se stessi, sino ad arrivare alla gratificante ed ambita catarsi dell’anima.

I ATTO: l’abbandono nella natura.

Si inizia con un viale di lecci ed allori, intricato e contorto, che molto ricorda della selva oscura dantesca e che contribuisce al distacco del visitatore dalla realtà quotidiana, costituendo la premessa di qualcosa di nuovo ed inesplorato. Tale atmosfera “gotica”, è seguita subitaneamente dal viale classico che rassicura e placa gli animi già eccitati e accaldati per la leggera salita: un arco di trionfo corona e sancisce la fine di questa prima scena.

Cala il sipario sull’ordine dato all’uomo nel mondo e un casolare rustico, detto Romitaggio, si scopre, inaspettatamente ( vero colpo di teatro )  sul retro del classicissimo arco trionfale. La vegetazione accompagna questo repentino cambiamento e dominano la scena abeti e piante di alta montagna: l’aria si fa più fresca, la città più distante.

Laghi circondati da una lussureggiante vegetazione e sorgenti completano il primo atto. La potenza e la bellezza della natura sono svelate, il percorso prosegue attraverso il mondo cavalleresco e le tracce sbiadite di un’epoca passata.

 

 

II ATTO: il feudo del capitano

Il Medioevo, rivalutato dagli ideali romantici, di cui anche Ignazio Pallavicini era portatore, è il protagonista del secondo atto, con i suoi profondi significati religiosi, guerreschi e morali.

Una cappelletta dedicata alla Madonna fa da sfondo alla prima scena; una breve sosta alla sua ombra, permette di scorgere, sulla collina antistante, il minaccioso feudo rivale, da più di 150 anni in conflitto con il Capitano, figura di cui si intuiscono il valore e il carisma, proseguendo nel proprio cammino. Il suo castello, a base quadrata per sottolinearne la massiccia presenza nella realtà concreta e sormontato da un torrione cilindrico per indicare il suo legame con i misteri celesti, presenta gli indelebili segni della violenza umana. Le mura sono diroccate e i bastioni scalfiti dai continui attacchi del feudatario nemico.

Una sacralità inaspettata circonda il sepolcro (vuoto, ovviamente) del Capitano, vegliato, poco lontano, dai suoi paladini, chiusi in tombe erose dal tempo sin dalla loro costruzione.

Attraverso il contatto inevitabile con la natura e la storia umana, fatta di eroismi ma anche di dolore, guerra e l’ineludibile morte, il visitatore giunge ad una maggiore conoscenza di sé ed è pronto ad affrontare il rito di purificazione inscenato nel terzo atto.

 

III ATTO: il paradiso in terra.

Grotte artificiali, coronate da vere stalattiti, trascinano il visitatore in un luogo senza stelle come una morte rituale: si tratta di una trasfigurazione scenica del viaggio infernale dantesco. E dopo il buio quasi completo, si svela allo sguardo una veduta spettacolare, d’incanto: una messinscena che rappresenta il capolavoro della rappresentazione ordita da Michele Canzio: il lago grande, al cui centro si erge Il tempio di Diana. Tartarughe e pesci si insinuano, indifferenti ai visitatori, tra statue di raffinati tritoni e varie architetture esotiche ed orientali circondano questo luogo idillico. Tra la pagoda cinese, l’obelisco egizio, il ponte romano e un labirinto d verzura, in cui perdersi è un gioco; si conclude così la visita a questo parco, tanto incredibile, quanto poco conosciuto.

Ora una calma profonda invade il cuore, il sorriso si distende sulle labbra e gli occhi si posano compiaciuti su ogni “oggetto di scena” di questo ultimo atto, più e più volte, come capita a chi giunge alla meta tanto agognata dopo un lungo e travagliato viaggio. Flora, dea della primavera, assisa su un trono di marmo, osserva lo stupore dei visitatori dal tetto del tempio a lei dedicato e si compiace di quel paradiso e della gioia che legge nei visi di tutti.

 

Per le indicazioni su orari, prezzi e itinerario, vi invito a consultare il sito della villa.

Cecilia Nastasi

 

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