Il "Comandante Diavolo"

Amedeo GuilletLawrence d'Arabia...in quanti conoscono questo nome? Tutti, più o meno. Si studia a scuola, gli si dedicano film, si scrivono libri. Il leggendario guerrigliero britannico si è ricavato il suo spazio nella storia. Eppure, pochi anni dopo, anche un italiano iniziò a percorrere la stessa strada, ottenendo grandi vittorie. Il suo nome di battaglia? "Cummandar es Sciaitan", in italiano "Comandante Diavolo". Ma dietro quel 'demonio' c'è una persona vera, un militare del Regio Esercito, il tenente Amedeo Guillet.

Veterano dell'Arma di Cavalleria del Regio Esercito, il tenente Guillet, all'epoca inquadrato nel 19° reggimento cavalleggeri "Guide", fu dispiegato in Africa Orientale durante la seconda guerra mondiale. Già in precedenza si era distinto per la propria abilità di cavaliere, sia durante la conquista dell'Etiopia nel 1935-36, sia in Spagna nel 1937, sia alle Olimpiadi di Berlino nel 1936.

Nella prima fase della guerra, il tenente Guillet comandò un grande squadrone di cavalleria indigena, eseguendo con enorme successo mirabolanti ed arditissime azioni belliche, tra cui l'assalto vittorioso e devastante, a cavallo, di una colonna di carri armati britannici: l'evento è ricordato come l'ultima carica di cavalleria italiana in Africa, ed ebbe un'enorme importanza mediatica sia in Italia che in Inghilterra. Nell'aprile 1941, con la presa inglese di Asmara, l'ufficiale decise di continuare a resistere e di non cadere prigioniero degli Alleati. Spogliatosi della sua divisa, si unì ai pochi membri della cavalleria coloniale rimasti sotto il suo comando.

In sella al suo cavallo guidò la sua sparuta truppa per parecchi mesi, eseguendo alcuni delle più audaci azioni di sabotaggio mai avvenute. Depredò depositi, decimò unità distaccate britanniche, distrusse treni, linee ferroviarie, tagliò la maggior parte delle vie di comunicazione. L'intelligence britannica pose sulla sua testa una taglia di oltre mille sterline d'oro, ma non riuscì mai a catturarlo, nemmeno sfruttando l'antica inimicizia tra italiani e tribù locali. Alla fine, però, senza rifornimenti ed aiuti militari italiani, con sempre meno uomini al seguito, ammalato di malaria, nell'ottobre 1941 decise di gettare la spugna. Ma i guai non erano finiti per lui.

Nascosto, sotto falsa identità, a Massaua per terminare la convalescenza, l'ormai capitano Guillet progettò la fuga per tornare in Italia. Fintosi, una prima volta, un mendicante arabo sordo (aveva ormai assimilato completamente la lingua e la cultura araba), riuscì a lasciare la città, controllata dai servizi segreti britannici alla sua caccia, e a racimolare i soldi per tentare una traversata del Mar Rosso compiendo lavori umili e faticosi. Fallito il viaggio, fu abbandonato dai pirati che lo avevano assalito in mare sulle coste eritree, ove venne malmenato da alcuni nomadi ed, infine, preso in cura da un cammelliere. Fingendosi suo fratello, poi, riuscì ad ottenere dagli inglesi un lasciapassare per lo Yemen. Giunto qui, però, venne sospettato di essere una spia britannica. A quel punto, i servizi segreti di re Giorgio VI ne chiesero l'estradizione, ma il sovrano del Paese si incuriosì e, udita la sua storia, lo volle tenere a corte come istruttore della guardia reale a cavallo, istitutore dei suoi figli e gran maniscalco di corte: la sua abilità nel cavalcare lo aveva salvato un'altra volta. Dopo oltre un anno, con un'ultima grande beffa all'intelligence inglese, salì su una nave della Croce Rossa Italiana, fingendosi un connazionale impazzito durante la guerra, e dopo due mesi di navigazione sbarcò, finalmente, ad Ostia il 3 settembre 1943.

Promosso maggiore per meriti di guerra, bocciata la sua idea di tornare nel Corno d'Africa con uomini ed armi per continuare la guerra, fu assegnato, per la sua esperienza e conoscenza delle lingue, al S.I.M. (Servizio Informazioni Militare). L'8 settembre 1943 si trovava a Roma e, sapendo di essere ricercato dai tedeschi per prenderlo al loro servizio, fuggì in modo alquanto rocambolesco a Brindisi, dove si presentò al re, che lo pose nuovamente nelle fila del S.I.M. Dopo la fine della guerra il 25 aprile 1945 continuò a rivestire il suo ruolo, riuscendo tra l'altro, durante una mirabolante missione, a recuperare la Corona del Negus d'Etiopia, rubata dai membri della Repubblica Sociale e loro confiscata dalla Brigata Partigiana "Garibaldi", intenzionata ad esibirla come trofeo di guerra, cosa che contrariava fortemente sia il governo italiano che i comandi Alleati.

Il 2 giugno 1946 votò per la monarchia e, avendo appreso della sconfitta alle urne, desideroso di tenere fede al giuramento di fedeltà a Casa Savoia, si presentò a re Umberto II, dichiarando di voler lasciare l'Italia con lui. Il re lo redarguì, pronunciando una delle sue frasi più famose: "Noi passiamo, l'Italia resta".

Non avendo prestato giuramento alla repubblica, Amedeo Guillet lasciò l'esercito nel 1946, iniziando una brillante carriera diplomatica che terminerà, per limiti d'età, nel 1975, non abbandonando mai la sua indole militare (durante un ricevimento ufficiale, mentre era in servizio in Marocco, riuscì, grazie alla propria esperienza di guerra, a mettere in salvo diversi diplomatici e personalità di spicco durante un tentativo di colpo di Stato).

Nel 2000, accompagnato da uno scrittore, si recò in Africa Orientale per ripercorrere le sue mille avventure. Il "Comandante Diavolo", simbolo di coraggio e tenacia, morì a Roma il 16 giugno 2010, all'età di 101 anni. Di lui, nel 1997, Montanelli scrisse:"Se, invece dell'Italia, Guillet avesse avuto alle spalle l'impero inglese, sarebbe diventato un secondo Lawrence. È invece soltanto un generale, sia pure decorato di medaglia d'oro, che ora vive in Irlanda, perché lì può continuare ad allevare cavalli e (a quasi novant'anni) montarli. Quando cade e si rompe qualche altro osso (non ne ha più uno sano), mi telefona..."

 

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