Veronica Franco, molto più di una semplice cortigiana

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Veronica Franco fu un’intellettuale completa: scrittrice, musicista, curatrice di raccolte poetiche e saggista, nonostante fosse una delle cortigiane più in vista nella Venezia del 1500, che insieme a Papa Pio V aveva emesso un numero impressionante di norme per regolare, contenere, sfruttare, punire e utilizzare la prostituzione. In quegli anni molti affermavano che grazie alle tasse pagate dalle cortigiane i Papi avessero restaurato mezza Roma ed edificato l'altra metà.

 

Veronica fu una figura molto particolare: era l'unica figlia femmina di Paola e Francesco Franco e aveva tre fratelli, Jeronimo, Horatio e Serafino; aveva potuto condividere l'educazione dei fratelli partecipando anche alle loro lezioni private. Un caso eccezionale in un'epoca in cui solo il 10-12% delle donne sapeva leggere e scrivere e appena il 4% frequentava la scuola.

Grazie al suo eccellente livello di istruzione fu ammessa al circolo culturale di Domenico Venier, che divenne suo pigmalione e mecenate.

 

La famiglia di Veronica apparteneva alla classe dei “cittadini originari”, un livello sociale a metà strada tra i nobili e il popolo; tuttavia faceva la cortigiana poiché era il mestiere della madre ed era stata istruita da lei quando aveva solo dodici anni.

 

Secondo l'uso dell'epoca fu data in sposa quasi adolescente, a un medico, Paolo Panizza, ma si separò da lui a 18 anni, quando partorì il figlio, chiamato Achilletto, avuto da Iacomo o Giacomo di Baballi, il più ricco mercante di Ragusa. Sappiamo della separazione perché nel primo testamento, che le donne usavano fare prima del parto, chiese alla madre di riprendersi la dote.

 

Veronica non era una cortigiana qualsiasi, ma aveva una clientela molto selezionata, di cui facevano parte solo nobili, prelati, intellettuali e artisti. Nel 1574 anche il re polacco Enrico di Valois entrò a far parte di questa cerchia; egli giunse a Venezia in occasione del viaggio verso Parigi, dove stava per essere incoronato re di Francia con il nome di Enrico III. La Serenissima lo accolse con 11 giorni di festeggiamenti, organizzati da artisti come Andrea Palladio, Andrea Gabrieli, Paolo Veronese e il Tintoretto; fra i "regali di benvenuto" venne inclusa anche Veronica con l'intento di carpire segreti preziosi al re approfittando del momento di intimità, ma in quell'occasione questo secondo fine non venne portato a termine e il futuro Enrico III lasciò Venezia con un ritratto e due sonetti che la ragazza gli aveva dedicato.

 

Nel 1575 uscì in stampa il suo libro di poesie intitolato Terze Rime, nel quale oltre ai suoi versi erano presenti anche sette componimenti di altri poeti dei quali non si conosce il nome. Nello stesso anno Veronica  curò l’edizione di una silloge in memoria di Estor Martinengo, signore di Malpaga, giovane patrizio di Brescia fedele a Venezia nella lotta contro i Turchi. Nel 1580, pubblicò le Lettere familiari scritte in gioventù, che comprendono 50 lettere, destinate al Tintoretto, a una madre per consigliarle di non avviare la figlia alla carriera di cortigiana, ad Enrico di Valois e molti altri personaggi illustri dell'epoca.

 

La vita di Veronica attirò su di lei attenzioni non sempre positive, come quelle del poeta Maffio Venier, che la insultò di essere "marcia di sifilide" in alcuni versi anonimi. La sorte volle che il poeta stesso morisse nel 1586 proprio a causa della sifilide. In realtà, in principio Veronica pensò che l'autore di quei versi fosse il cugino di Maffio,il suo più celebre e celebrato amante che poi sarebbe diventato bailo, ossia ambasciatore, di Venezia a Costantinopoli. Dopo che ebbe scoperto la vera identità del suo accusatore, dapprima lo sfidò a un duello d'armi, che Maffio non accettò mai,

poi a una gara di versi, vinta con ampio margine da Veronica.

 

Nel 1580,poi, fu costretta ad affrontare un processo davanti all'Inquisizione: era infatti stata accusata dalla servitù  di praticare la stregoneria, di mangiare pollastri, uova e formaggi nei giorni di magro e di tenere una bisca in casa. I promotori di queste calunnie furono il precettore dei suoi figli, la sua cuoca, un servitore e due vicini spinti, probabilmente, dalla necessità di coprire alcuni furti di cui erano sospettati. Tali accuse a quell'epoca potevano condurre direttamente al patibolo, ma Veronica difendendosi da sola riuscì ad essere assolta.

 

In quello stesso periodo,tentò di fondare un Ospizio di soccorso per le ex prostitute utilizzando i patrimoni delle cortigiane più ricche morte di peste senza lasciare testamento , ma il suo progetto fallì.

 

Come trascorse gli ultimi anni della sua vita é ancora ignoto agli storici, l'unico dato certo è la sua data di morte scritta nei necrologi del Magistrato della sanità: 22 luglio 1591.

 

 

 

 

Bibliografia: http://www.enciclopediadelledonne.it/biografie/veronica-franco/,https://www.bonculture.it/femmes/veronica-franco-la-cortigiana-poetessa-che-sedusse-enrico-iii/

 

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