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Primi gruppi umani nell’Artico almeno 45mila anni fa

Scritto da Leonardo Debbia il 25.01.2016

La carcassa congelata di un mammut lanoso, rinvenuto in Siberia con segni inconfondibili di ferite di lancia, è la prova che le regioni artiche furono sicuramente popolate da antichi gruppi umani già migliaia di anni prima di quanto si fosse ritenuto fino ad oggi.

Gli scienziati russi che hanno estratto il maschio di mammut da un contrafforte roccioso sul fiume Yenisei, il fiume più lungo della Siberia che sfocia nell’Oceano Artico, ipotizzano che l’animale sia stato ucciso da un gruppo di cacciatori intorno ai 45mila anni fa, fornendo così la prima prova della presenza dell’Uomo nella regione artica.

Ricercatore al lavoro sulla carcassa del mammut rinvenuto sulla sponda orientale della Yenisei Bay, nel centro della Siberia artica (Fonte: Alexei Tikhonov, Museo Zoologico dell’Accademia russa delle Scienze)

Fino ad oggi, “la più antica testimonianza della presenza di esseri umani nell’Artico era stata fatta risalire più o meno a 30mila anni fa”, afferma Vladimir Pitulko, ricercatore senior presso l’Accademia russa dell’Istituto di Scienze per la Storia della Cultura Materiale di San Pietroburgo.

Le popolazioni ancestrali che riuscirono a sopportare le durissime condizioni artiche dovevano probabilmente condurre lo stile di vita dei cacciatori-raccoglitori, secondo Pitulko.

I mammut, stretti parenti degli elefanti, essendo gli animali terrestri più grandi della regione, dovettero di certo rappresentare una importante risorsa per la sopravvivenza di queste genti.

“In effetti, questi animali erano una fonte inesauribile di risorse, da destinare agli usi più svariati. La carne, il grasso e il midollo servivano per l’alimentazione; lo sterco, il grasso e le ossa costituivano dei buoni combustibili; l’avorio e le ossa lunghe potevano essere usati per fabbricare strumenti e attrezzi d’uso comune, quali lance, asce, raschiatoi”, dice Pitulko.

“Questi esseri primitivi, quindi, si cibarono sicuramente dei mammut, prediligendo alcune parti, come la lingua e il fegato, che dovevano rappresentare delle vere e proprie prelibatezze”, aggiunge Pitulko, dal momento che l’avorio poteva sostituire benissimo il legno, assente dalla steppa priva di alberi, per la fabbricazione di attrezzi.

D’altronde, il mammut, il cui ritrovamento risale al 2012, presenta alcune ferite che, secondo Pitulko, indicano con certezza che ad ucciderlo non possono essere state che mani umane. Le costole mostrano segni di colpi inferti dall’urto delle lance scagliate dai cacciatori, mentre le lesioni delle scapole e degli zigomi sembrano coerenti con ripetuti colpi di lancia, affondata e spinta con forza nel corpo dell’animale.

Inoltre, la zanna destra risulta recisa, indicando un trattamento da taglio post mortem per l’approvvigionamento di avorio.

Gli studiosi ritengono che la caccia al mammut possa essere stato un fattore fondamentale per consentire a quelle popolazioni sia la sopravvivenza nell’Artico che la possibilità di attraversare l’intera Siberia settentrionale, aiutandoli anche a raggiungere e ad attraversare il ponte costituito dalla Terra di Bering, a quel tempo ancora collegata con l’Alaska.

Per giungere nel Nuovo Mondo, i primi esseri umani dovettero attraversare quel lembo di terra, prima di colonizzare le Americhe.

“Il fatto che gli esseri umani abbiano popolato le regioni artiche prima di quanto si ritenesse in precedenza porta alla logica conseguenza che anche il ponte della Terra di Bering sia stato attraversato prima di quanto si sia creduto fino ad oggi”, aggiunge Pitulko.

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