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Cinema

Nuovo cinema web

I registi indipendenti in tempo di crisi delle major.

di Antonietta Demurtas

 

 Nevina Satta e Amedeo D'Adamo, produttrice e regista di The wrong hands(foto di Glauco Pantenero).

Per finire il loro primo primo film, The Tree of Ghibet (sulla vita dei bambini di strada in Camerun), hanno chiesto agli invitati delle loro nozze denaro anziché regali. Poi, grazie all'Unicef, sono riusciti a distribuirlo. E adesso che stanno portando il loro nuovo lavoro, The wrong hands, in giro per i festival, sperano di trovare qualcuno che faccia altrettanto, «altrimenti dovremmo farlo noi». Nevina Satta, produttrice, e Amedeo D'Adamo, regista, fondatore ed ex presidente della Los Angeles film school, sono l'esempio di due filmmaker produttori e distributori di se stessi.
DA LOS ANGELES A SULMONA. Arrivati da Los Angeles, 'husband and wife team', come si definiscono sul loro sito, il 7 dicembre hanno presentato al festival del cinema di Sulmona The wrong hands, una commedia romantica a sfondo politico ambientata a Berkely nel 1989 durante il crollo del muro di Berlino, ricevendo una menzione speciale per la colonna sonora. E ora stanno valutando come promuoverlo. «Passare per le grandi case di distribuzione è impossibile, scegliamo festival di settore che abbiano un'identità definita e nei quali piccoli distributori e Film commission vengono per scoprire nuove realtà cinematografiche», ha raccontato a Lettera43.it D'Adamo.

Network, grant e talent scouting per un ciak

San Pedro, sul set di The Wrong Hands (foto di Chris Bessounian).

Il network è la prima arma per farsi conoscere, creare nuove collaborazioni, vedere come fanno gli altri e scoprire i modi per lavorare in modalità low cost senza rinunciare alla qualità. Se infatti The wrong hands vale un milione di dollari, produrlo è costato meno di 150 mila dollari, grazie ad alcuni investitori privati e alla 'Visiting artist grant', una borsa di lavoro promossa dalla Los Angeles Film school per gli artisti che possono usare gli studi e l'equipaggiamento tecnico in cambio del coinvolgimento degli studenti nella realizzazione del film.
Il resto l'hanno fatto Satta e D'Adamo, che hanno girato tra gli States e l'Italia per creare un team di lavoro internazionale con giovani professionisti pronti a buttarsi in un'avventura senza un lieto fine garantito, e hanno scelto di girare tra Berkely e San Pedro (California). «Ora stiamo valutando la platformed distribution, cioè una distribuzione mirata: scegli realtà campione, decidi di far passare il film attraverso la rete delle università, e lo distribuisci in una rete che ha come elemento fondamentale l'identità dell'audience», ha spiegato Satta. «L'obiettivo è far conoscere il nostro film, coprire almeno le spese di produzione e presentare un lavoro di qualità per assicurarci l'interesse del pubblico e la fiducia degli investitori sui prossimi progetti», ha aggiunto D'Adamo.
STUDIOS IN CRISI E DVD IN CALO. Se gli Studios cercano di tagliare i costi, i creativi indipendenti lottano per creare un nuovo modo di lavorare e fare marketing. Conquistare il nuovo mercato. Che è fatto di persone che non vanno quasi più al cinema né comprano dvd, ma cliccano su download e guardano. Ne sanno qualcosa i 10 mila filmmaker del circuito no profit Independent filmmaker project (Ifp), una delle più antiche organizzazioni che in oltre 30 anni di attività (dal 1979) ha sostenuto la produzione di 7 mila pellicole e aiutato a reperire fondi per oltre 20 mila registi.
Dopo che nel 2009 negli Stati Uniti la vendita dei dvd, che aveva superato quella in sala, è crollata del 25% i primi a pagarne le conseguenze sono proprio i filmmaker. Che devono reinventarsi. Come hanno fatto Satta e D'Adamo con The Traveling Film School. «È il nostro modello no-profit di Fair Trade Cinema, facciamo i film con e per Ong internazionali». Come? Trovando luoghi e strutture che permettano di lavorare meglio e a basso costo, esplorando nuovi mondi e storie diverse da raccontare. India e Romania diventano nuovi set e da Hollywood ci si sposta nel Sud del mondo, in Perù o in Sud Africa.

Se l'indie film business è morto, il web lo resusciterà

 Camerun, backstage del film The Tree of Ghibet(foto di Kevin Atkinson).

«Quando qualcuno dice che l'indie è morto, parla dell'indie film business», ha scritto il producer Ted Hope nel suo blog (Hope for film), «Un vero filmmaker, produttore o regista che sia, sa che è suo compito non solo avere una buona scrittura e un bel cast, ma anche trovare il suo pubblico, corteggiarlo, farlo crescere e poi portarlo emotivamente e fisicamente nel proprio mondo. Come?», si chiede Hope «Con raffiche di e-mail o blogging», in modo che un giorno quel pubblico riempia di nuovo le sale e le case di distribuzione inizino a credere di nuovo nel cinema.
Perché se i templi del cinema indipendente chiudono - come Picturehouse e Warner Independent, mentre New Line Cinema è in piena crisi e Paramount Vantage è stata incorporata dalla casa madre - non resta che arrangiarsi, usufruendo delle nuove tecnologie e del web. Così hanno fatto i ragazzi di Project Shoestring, un gruppo di filmmaker di St. Louis che si sono inventati una piattaforma di distribuzione di film indipendenti. In catalogo, per ora, c'è solo la commedia Salad Daze, scritta, diretta e prodotta da Randy Prywitch e Jason Goldstein.
DIFFIDENZA NELLA RETE. «Speravamo che anche altri aderissero. Invece, alla fine molti hanno preferito non rischiare il loro status», ha spiegato Goldstein a Lettera43.it, che ha raccontato come i festival chiedano l'esclusiva della prima visione e «se vendi il tuo film online, questo li manda in bestia». Ciò non ha impedito loro di incassare qualche soldo vendendo il loro film online, «sarebbero 42 dollari ogni volta che qualcuno ha scaricato una copia, anche se per guadagnarne mille dobbiamo fatturarne 10 mila».
Il loro ultimo film, Loss For Words, è costato 1.200 dollari e sarà presto disponibile sulla piattaforma Shoestring, ma anche in dvd su Amazon, su iTunes e Netflix, dicono, «Il nostro obiettivo è fare in modo che la gente ci conosca, veda quello che facciamo e scelga di seguirci e sostenerci. Grazie alle tecnologie oggi possiamo pensare a un'autodistribuzione che solo 10 anni fa non era possibile. Oggi c'è CreateSpace, FilmBaby, YouTube, per entrare in contatto con persone che una volta incontrate in rete possono seguirci su Twitter, diventare nostri fan su Facebook».

La creatività e il marketing corrono sui social network

Loss for words, scritto, diretto e prodotto da Randy Prywitch e Jason Goldstein.

L'entusiasmo e la creatività diventano le skill necessarie per dar voce al proprio talento cinematografico: «In appena un mese sono riuscito a costruire una piattaforma per la distribuzione che mi permette di vendere i miei film su internet», ha ricordato Goldstein, «Certo non so come riuscire a fare in modo che 100 mila persone vedano i film indipendenti che caricheremo, so che molte persone stanno sperimentando queste modalità, ma in un mondo dove ogni cosa è nuova, non ci sono strategie prestabilite. Eppure so che è tutto dannatamente vicino».
Molti si fanno aiutare da società specializzate, come la 42West, che da New York e Los Angeles non si occupa solo del marketing di grandi film come Basta che funzioni di Woody Allen. Per il festival di Toronto, Kupferberg, uno dei partner, ha seguito sette filmmaker in cerca di un acquirente, «molti si concentrano solo sul film e non pensano al dopo, ma la crisi li obbliga ad occuparsi della distribuzione e in questo il marketing attraverso i social network è fondamentale», ha spiegato a Lettera43.it.
I PRODUTTORI DIVENTANO DISTRIBUTORI. A loro si è rivolto anche il produttore Darren Goldberg, che dopo aver lavorato con grandi major due anni fa ha fondato una piccola casa di produzione, l'Atlantic Pictures. Un'avventura iniziata con il film di Brant Sersen Blackballed: The Bobby Dukes Story. «Non avendo un distributore, ce ne siamo occupati noi, organizzando con un budget di 10 mila dollari un tour in 10 campus universitari e proiettando il film in piccoli teatri indipendenti. Poi lo abbiamo venduto a un Dvd distributor e alla televisione. Questo tipo di marketing diretto verso una nicchia di mercato ha avuto successo e ci ha aperto gli occhi su un nuovo modo di lavorare», ha raccontato Goldberg a Lettera43.it.
Per Splinterheads, la sua ultima produzione, Atlantic Pictures ha puntato al mercato delle feste di piazza. Il film, è stato proiettato per la prima volta a New York, poi è stato seguito nel lancio dalla società Paladin. Todd Sklar, invece, e la sua società Range Life, hanno fatto un marketing a tappeto per un tour in 10 college. Oltre a lavorare con Brady Bowen e Peak Entertainment per i diritti internazionali. E con il fondatore di Geocaching.com per sviluppare nuovi modi per attirare pubblico.
LA DISTRIBUZIONE È IBRIDA. Della stessa idea è Peter Broderick, che dopo avere scritto nel 2009 la Dichiarazione di indipendenza per una distribuzione ibrida, ha fatto da consulente a più di 600 film, tra cui cinque documentari che hanno gareggiato all'Oscar 2010. Uno di questi è Valentino, l'ultimo imperatore, firmato da Matt Tyrnauer. «Ho progettato una hybrid distribution strategy che gli ha fatto guadagnare oltre 1,5 milioni di dollari nelle sale», ha detto Broderick a Lettera43.it. Che attraverso la sua società Paradigm Consulting aiuta i clienti a mantenere il controllo della distribuzione, separare i diritti di quella televisiva da quella teatrale e retail, vendere dvd direttamente dal proprio sito, stipulare contratti separati con distributori affidati per ogni area, massimizzare il profitto e crearsi una rete con le associazioni non profit. «I filmmaker non hanno scelta. Devono assumersi la responsabilità di gestire il marketing e la distribuzione. Oggi non si può solo sognare e creare».

Fonte-Lettera 43

 

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