"Non buttiamoci giù!"

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La notte di Capodanno, in cima a un palazzo di Londra, si incontrano per caso quattro sconosciuti. Non  hanno nulla in comune, tranne l’intenzione di buttarsi giù, ognuno per i suoi buoni motivi.

Martin era un famoso conduttore televisivo, che si è rovinato la carriera e la reputazione andando a letto con una quindicenne ed è ora disprezzato da sua moglie e dalle sue due figlie. Maureen, una donna sola che dedica interamente la sua vita al figlio gravemente disabile, interrompe i preparativi del suicidio di Martin. La terza a salire sul tetto è la sboccata Jess, un’adolescente impertinente, la cui sorella è misteriosamente scomparsa. Il suo rapporto con la madre ed il padre, un noto politico, è perennemente conflittuale. Jess sostiene di volersi buttare perché il ragazzo di cui si è invaghita non vuole più saperne di lei. Entra quindi in scena JJ, un ragazzo americano che, quando gli viene domandato quale sia la ragione che lo ha condotto a tentare di compiere il gesto estremo, inventa di essere affetto da una rara malattia detta “CCR”. In realtà suddetta malattia non esiste e "CCR" non è altro che l’acronimo di Creedence Clearwater Revival, gruppo rock statunitense, attivo tra la fine degli anni Sessanta e l'inizio degli anni Settanta. JJ vive infatti per il rock ma la sua band si è sciolta ed egli percepisce questo fallimento come una disgrazia irreparabile, che si aggiunge al fatto che la ragazza che amava ha deciso di porre fine alla relazione con lui. JJ, temendo di essere giudicato dai tre come un capriccioso musicista fallito, rivelerà solo in seguito il reale motivo del suo tormento. Dopo un’accesa e stralunata discussione, intrisa di humor noir, i quattro aspiranti suicidi decidono di scendere dal tetto tutti insieme, ormai uniti da un’indissolubile complicità. L’eterogeneo gruppo affronterà quindi l’arduo compito di ricominciare a vivere.

Questa è, sommariamente, la storia raccontata da Nick Hornby nel suo “Non buttiamoci giù” , pubblicato nel 2005. A precedere l’inizio della narrazione, realizzata proponendo i punti di vista di ciascuno dei quattro protagonisti che si alternano raccontando in prima persona, c’è una frase tratta dal libro Niagara Falls All Over Again, di Elizabeth McCracken: “La cura dell’infelicità è la felicità, me ne infischio di quello che dicono tutti”.

È proprio la spasmodica ricerca della felicità l’obiettivo a cui tendono i personaggi di questo libro che trabocca di struggente vitalità.

Nick Hornby, nato a Londra nel 1957,  autore di Alta fedeltà e Come diventare buoni, scrive con sincerità e ironia, rendendo impossibile al lettore non riconoscersi almeno in parte in uno dei suoi personaggi. La magia del vero brilla in ogni situazione e in ogni concetto descritto, grazie a similitudini suggestive e pertinenti e a un linguaggio chiaro ed efficace, privo di irragionevoli pretese stilistiche che in molti romanzi si propongono di elevare la narrazione finendo invece per renderla affettata e ben lontana dall’immediatezza. Ogni pagina è densa di spunti e riferimenti ai personaggi più vari: da Faulkner a Lady Diana, da Charles Dickens a Van Gogh, da Oscar Wilde a Primo Levi. Non mancano i musicisti tra cui Bob Dylan, gli Who, i Rolling Stones e Nick Drake, ma anche alcuni nomi sconosciuti ai più, il che sprona, nel bel mezzo della lettura, ad interessarsi a questi artisti che, probabilmente, non hanno avuto la fama che avrebbero meritato.  Non è certo l’unica opera di Nick Hornby in cui la letteratura, la passione e il senso della vita (o la disperata ricerca dello stesso) viaggiano di pari passo con le canzoni. “…È la rabbia della musica: che è come la rabbia della strada, solo che è più moralista… Quando hai dentro la rabbia della musica stai realizzando la volontà di Dio”. Afferma uno dei protagonisti.

Le seguenti parole di Maureen associano invece a una canzone che non passa mai in radio la possibilità di sentirsi rappresentati in un mondo che non accetta l’intimo malessere del singolo e guarda con sufficienza e superficialità all’altrui sofferenza: “È così che mi sento tutti i giorni, e gli altri non ne vogliono sapere. Vogliono sapere che mi sento come ti fa sentire Tom Jones. O quella ragazza là, australiana, che prima recitava in Neighbours. Ma io invece mi sento così, e come mi sento non lo danno alla radio, perché le persone tristi restano escluse.”  Ogni volta, infatti, ci troviamo a dover calcolare se qualcosa è pesante o leggero, specialmente ciò che è dentro di noi, come un sentimento o una paura, e immancabilmente indoviniamo sbagliato, almeno per i canoni della società, e così ci allontaniamo dagli altri.

Quel che davvero resta impresso, dopo aver letto questo romanzo, a mio avviso, è un concetto che Martin dice di aver letto su un giornale che riporta un articolo relativo a un uomo sopravvissuto dopo essersi buttato dal Golden Gate Bridge, a San Francisco. Egli dichiara di aver realizzato, due secondi dopo il salto, che nella sua vita non c’era niente che non potesse mettere a posto, nessun problema che non potesse risolvere, a parte quello che si era appena creato, cioè essersi buttato giù da un ponte. Parafrasando, non c’è nulla, eccetto la morte, che non abbia soluzione.

Forse è proprio vero che, anche se è difficile “ ricostruirsi pezzo per pezzo, senza il libretto delle istruzioni, né un’idea di dove vadano i componenti principali, “ c’è in noi una forza piacevolmente stridente che, forse per inerzia, fa sì che la vita continui a muoversi, anche se non sembra, proprio come il London Eye che, dal tetto del “Palazzo dei Suicidi”, i quattro protagonisti rimangono ad osservare attenti, quasi meravigliati.

Lorenza Valle

 

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