Stop-time di Conroy

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Stop-time è il romanzo dello scrittore Conroy morto a Jowa City nel 2005. E’ un romanzo davvero bello… la narrativa americana (soprattutto di ieri) continua a stupirci. E’ una autobiografia… che differenza con le nostre autofiction (quasi sempre così scontate e ripetitive)

 

In Stop-time il protagonista è un adulto (già con moglie a fianco) che ricorda la sua vita fin dall’infanzia ma come in una sospensione del tempo nella quale si lascia trascinare. Così più che ricordare è come se vivesse la sua vita per la prima volta. «Quel primo anno in Florida fu il mio ultimo anno decente finché non divenni un uomo. I boschi, Tobey, le biciclette, le corse, stare nudi, la libertà: quelle erano le cose importanti. Di sera percorrevamo in bicicletta una lunga strada piatta e deserta attraverso il bosco per andare al Drive-in fuori città. I bambini entravano gratis Ci sedevamo su una lunga panca proprio sotto lo schermo o ci stendevamo sulla sabbia a guardare con il naso in su quelle figure immense che si muovevano contro il cielo. Tornando a casa un po’ portavamo il film con noi…. Sfrecciavamo disinvolti nell’aria balsamica, planando… Cantavamo Hoagy Carmichael oppure sterzavamo con eleganza, disegnando archi avanti e indietro. La strada era sempre deserta. Non c’erano case, né luci, solo le stelle».

 

Qui è ingiusto il sospetto (cui si è tentati) di poeticismo né è questione di amore per la natura (forse anche) ma di amore per la liberta: libertà contigua agli infiniti spazi in cui l’America si perde, libertà non come ribellione e rivolta, ma come sconfinamento, ricerca gioiosa e, per contro ,delusione e fallimento. Già Kerouac la conobbe ma più nel corpo (accendendo in lui uno sprint scatenato e inarrestabile); qui (in Conroy) è tutta racchiusa nella mente tanto che si manifesta più con i sogni che con le esperienze del vissuto, E anche Salinger la conosce pur se in lui si esprime nella pratica della risposta sbagliata (con implicito auto dileggio), nella dissacrazione ironica e sminuente, nell’attentato all’ integrità della realtà.

 

In Conroy la libertà è al contrario la misura della realtà, troppo piccola questa (nonostante gli spazi infiniti e l’abissale sproporzione tra il Nord fitto di opere e uomini e il Sud ancora vuoto) per confrontarsi con la possente apertura di quella misura, tanto da indurlo a dire che «la vera realtà sono i libri» (e lui - il suo protagonista - ha letto di tutto, tutti i romanzi del mondo e soprattutto il libri e i film della guerra mondiale) dove le figure appaiono grandiose, i cieli imprendibili e tutto (anche l’impossibile) accade.

 

E quella libertà più oggettiva che personale (nel senso dell’impossibilità per la realtà di chiudersi in qualsivoglia costrizione) presiede a tutta la sua vita di bambino, di adolescente e di adulto e la sperimenta (la patisce) nei rapporti familiari (padre quasi pazzo che muore di cancro, madre abbandonata, un patrigno che non riusciva a impegnarsi se non in «lavori umili» e da nulla «convinto che il cibo e i bisogni essenziali bisogna guadagnarseli ma per il resto, passare a cose più sontuose, era sufficiente trovarsi al posto giusto al momento giusto») ; negli incontri con gli adulti (sempre marchiati da una diversità fisica o mentale e di insopportabile prepotenza) tanto che ancora adolescente finiva per evitarli preferendo dedicarsi alla confidenza con i cani di cui era intento a scoprire i troppo nascosti segreti.

 

E quella libertà attiva solo nel suo desiderio (ah, l’indimenticabile ricordo delle corse in bicicletta al Drive- in quando era bambino!) la ritrova (e sconta) anche nel rapporto con le ragazze che sempre incantava con il suo spiritoso conversare e poi regolarmente perdeva; e ancora quando scopre di avere un grande talento manuale: a lui tutto riusciva e sempre vinceva anche se poi mai ne trovava disponibile il premio. Il mondo teneva per sé la libertà negandola a chi vi viveva dentro. Condizione che lo affliggeva spingendolo in una impossibile disperazione. Poi l’ ineludibile fine. «Dentro di me la tristezza aveva ceduto il posto all’impotenza. E intendo l’impotenza autentica, quando la speranza è evaporata e l’immaginazione si è spenta, quando la vita sembra avere infine raggiunto uno stallo irreversibile».

 

http://www.lastampa.it/2015/01/21/cultura/tuttolibri/conroy-non-si-pu-scordare-il-primo-anno-in-florida-ZSUcFnhLTx2tmDXaERmlmM/pagina.html

 

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