Cosa rimane della nostra dignità secondo Rusconi

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Perché non possiamo
non dirci occidentali

 Dalla filosofia alla scienza alla geopolitica: nel suo nuovo libro Rusconi va alla ricerca di quel che resta della nostra identità

 

Nell’era del web e dei talk show tv i commentatori si dividono in tribù, «con il volto coperto da colori di guerra», come diceva il presidente Barack Obama quando ancora si illudeva di introdurre «razionalità» nella politica Usa. Pro Berlusconi e anti Berlusconi, filo Monti e anti Monti, pro Tav e anti articolo 18, anti Tav e pro articolo 18, filo e anti Islam, Occidente, America, fast e slow food, globalizzazione, web, religione e, infine, la tribù «tardo Nanni Moretti», narcisi opportunisti, «Mi si nota di più se dico che Schettino è un eroe e De Falco un gaglioffo, o viceversa?».

 

La statua del generale James McPherson, a Washington,

con la maschera di Guy Fawkes durante una dimostrazione

degli anti-Wall Street

E poi ci sono, pochi e discreti, analisti e filosofi come Gian Enrico Rusconi: leggere il suo nuovo saggio, Cosa resta dell’Occidente (Laterza, pp. 190, 19) è esercizio di umile, ma orgogliosa, fede nell’uso della ragione, analizzare la realtà a partire da fatti e teorie, misurandole non contro i nostri smisurati ego, voglie, ubbie, fanatiche ambizioni ideologiche, ma contro le loro conseguenze dirette e strategiche, che amiamo o detestiamo. In un mondo che, nell’accademia come nei blog populisti, si dedica a una cernita minuziosa di «fatti» e «teorie» che «provano» il proprio punto di vista, rigettando nella calunnia la contraddizione, Rusconi - firma familiare ai lettori della Stampa - si incaponisce a cercare ogni elemento che indebolisca il suo punto di vista, per esaminarlo e discuterlo con equanimità.

È nel metodo usato, dove studioso e editorialista si fondono secondo il precetto di Gramsci che vedeva nel giornalismo l’evoluzione da Hegel a Marx, il valore profondo di queste pagine. Il lettore non troverà «conclusioni», solo poche righe di sommario: «… per l’uomo vale quel complesso specifico di costrizioni e opportunità, di cogenze e di chances che solo in ultima istanza sono governate o governabili da quella che chiamiamo libertà. È una concezione controfattuale e minimalista di libertà, ma del tutto congruente con l’idea di razionalità radicata nell’Occidente che ci ha accompagnato nelle nostre riflessioni». Come Walter Benjamin in Uomini tedeschi , Rusconi impiega il metodo filosofico che Adorno deprecava, montare la teoria a partire dai materiali della realtà.

Nella sardonica partenza Rusconi irride la moda del «post». «Nulla rivela… l’incapacità di definire le caratteristiche del nostro tempo che per noi è il tempo dell’Occidente - quanto l’uso ormai coatto della particella post . Dopo l’irresistibile invasione del post-moderno e della sua narrativa, tutto è diventato post. Post-ideologico, post-secolare, postmetafisico, post-democratico, postcristiano, post-eroico, post-imperiale». Lo svolgimento non potrebbe avere maggiore gravitas : alla ricerca tragica di ciò che «resta dell’Occidente», in filosofia, nella scienza, nella geopolitica, in pace e in guerra, nel nesso con chi Occidente non si sente né vuol farsi e infine con quanti si proclamano nemici mortali del nostro mondo, Rusconi non cela nessun male, la finanza avida, la globalizzazione materialistica, l’accademia cicisbea, un laicismo che declina al nichilismo, ma al tempo stesso non maschera mai i mali esterni a noi, nei Brics o nella umma islamica.

Davanti ai saggi sull’Orientalismo e la letteratura post coloniale (rieccoci!) di Said, e alle tesi contrapposte sull’Occidentalismo di Buruma e Margalit, Rusconi mostra con severità come sia impossibile vivisezionare i due mondi. Quando studiosi come il controverso islamista Tariq Ramadan criticano l’Occidente nutrendosi dei suoi modi e luoghi, o quando la nostra Realpolitik, su fino al presidente premio Nobel precoce per la Pace Obama, si misura con la Turchia, ecco che «Noi» e «Loro» siamo network, di poli opposti ma unitario. Proprio la Turchia, islamica e secolare, fa parlare Rusconi di «Occidentalismo» e «Orientalismo» intrecciati in politica: e farebbero bene Merkel e Sarkozy a leggere Cosa resta dell’Occidente prima di svendere quel che resta del rapporto Europa-Turchia al suq dell’intolleranza. E la Bundeskanzlerin potrebbe imparare molto sulla Germania leader in Europa, dal nefasto «romanticismo di ferro» al «Sonderweg», la speciale «via tedesca alla modernità».

Occidente è per Rusconi ricerca di razionalità. La ragione può deformarsi in mostruosità, imperialismo e genocidio nazista, che l’autore ci invita a non candeggiare con l’ipocrisia del «non sono la nostra identità», ma a studiare come cellule tumorali del nostro genoma. Ma infine, scrive Rusconi, «non possiamo… congedarci dall’Occidente perché siamo noi l’Occidente, ce lo portiamo dentro, anche nelle narrazioni del suo tramonto o declino che alimentano, da oltre cent’anni, una redditizia letteratura». Capire «l’essenza dell’Occidente» significa - e qui Rusconi è consapevole del post moderno pur non facendosi catturare dalle sue Sirene - narrarla. Citando il sociologo americano Bellah, Rusconi conclude: «Narrare è più che fare letteratura: è il modo in cui capiamo le nostre vite; la narrativa non è irrazionale… ma non può essere derivata dalla sola ragione. La cultura mitica (la narrativa) non è una sottospecie della cultura teoretica, né lo sarà mai. È più antica della cultura teoretica e rimane sino ad oggi una via indispensabile per relazionarsi al mondo».

In un saggio dove gli «indignados» e la difficoltà della loro protesta convivono con Zarathustra e Confucio, Rusconi invita il lettore a non cadere nelle trappole degli schemi, Pro/Anti, Pre/Post, Noi/Loro, che pure tentano teorici formidabili da Lewis a Fukuyama e Huntington. La caduta nel nichilismo, che scienza, tecnica, politica e società occidentale rischiano se scambiano la laicità per riduzione del mondo a materialismo e consumismo, è contrastata da Rusconi con una ponderata e non pessimista rivendicazione dei limiti e della potenza della ragione umana, chiave d’Occidente.

Portandovi a ragionare di Islam e modernità, scienza e anima, libertà e determinismo biologico, guerra umanitaria e neocolonialismo globalizzante, Rusconi dialoga con Ratzinger e Berlin, il Papa e un filosofo, con fiducia che ragione, fede e storia non siano perdute nel terzo millennio. Senza volere imporre l’Occidente a «valore universale», Rusconi non è però timido nel suggerire che ragione, verità, fede, democrazia, ricerca libera, spiritualità, parte della migliore «essenza occidentale», restino imprescindibili componenti per le civiltà a venire.

Fonte: La Stampa

http://www3.lastampa.it/cultura/sezioni/articolo/lstp/440869/

 

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