Il Dubbio(parte 2)

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Il Dubbio nella comunicazione

Non si può non comunicare. Anche l’assenza di comunicazione, infatti, tra due persone, tra due poli di una relazione, è un comportamento, che in quanto tale comunica in ogni caso qualcosa e a volte, anzi, pure molto e in modo molto più esplicito, sincero, chiaro, di molte parole. Ciò è ben chiaro ad esempio a Watzlawick, che esplicita questo principio base della comunicazione assumendolo addirittura come primo assioma della sua interessantissima “pragmatica della comunicazione umana”. Ma in fondo a questo stesso fatto allude Heidegger in “Essere e tempo” quando sostiene essere la comunicazione elemento costitutivo della struttura dell’asserzione, che caratterizza l’uomo nel suo stare al mondo nel linguaggio. Ma anche nei casi in cui invece si sta su un piano in cui comunicazione esplicitamente si dà, non è infrequente che la situazione che ha a che fare con la comunicazione abbia una sua certa, specifica, paradossalità.  Oppure la sensazione che in realtà la comunicazione si stia svolgendo in modo in fondo inappropriato se non proprio almeno un poco ipocrita. In certi casi per il percepire che non si sta che su un piano di superficie ove ciò che davvero si comunica è magari solo il notificarsi l’un l’altro la recita di un ruolo in una parte; o in certi altri casi perchè in realtà ciò che si sta comunicando è altro (a volte ben altro) dal contenuto esplicito della comunicazione stessa. Tutto questo ha certo molto a che fare con una sempre più diffusa indisponibilità o incapacità ad ascoltarsi per davvero l’un l’altro. Quasi una mancanza di esercizio all’ascolto autentico, che spesso va di pari passo con un addestramento, a cui molto contribuiscono i mass media prevalenti, a un’esposizione di sè, quando c’è, apparentemente spudorata ma in realtà, ben che vada, protesa solo ad eludere l’opacità, indistinzione, ambivalenza, debolezza, fragilità e finanche confusione che in realtà ci costituiscono; per esporre piuttosto, in un tentativo spesso vano di autodefinizione, ciò che contribuisce, includendoci in schemi e ruoli socialmente spendibili, a collocarci come riconosciuti secondo valori di identificazione, e magari successo sociale.

 

Ora: è pur vero che non sempre una comunicazione autentica è possibile e a volte è pure inopportuna. Ma resta tuttavia peraltro il fatto che tuttavia comunicare è troppo spesso uno stare solo in un equivoco. E che questa situazione, credo assai diffusa, che possiamo intendere come una sgradevole condizione di incomunicabilità, non ci (o mi?) soddisfa.

 

Il che, se da un lato mi porta a chiedermi perchè mai si dia questo disagio e cosa mai chiediamo quindi davvero al nostro stare in situazioni comunicative; peraltro mi induce comunque ad altre necessarie riflessioni, perchè è pure evidente che non si può eludere la comunicazione in quanto comunque non si può non comunicare, in un qualsiasi modo più o meno autentico lo si faccia. Come prima cosa, posso notare che in fondo anche qui, con la parola “comunicazione”, la parola parla. Comunic- azione è dunque un’azione, in cui si crea in un ambito di scambio che è relazione (cum) l’apertura di una unificazione. Comunicazione è quindi innanzitutto entrare e stare nell’unità di un’azione svolta insieme; è agire, in uno scambio, insieme in un ambito che perciò è unitario, sia nel senso dell’unità che raccoglie la molteplicità di ciò che essa include (i poli comunicativi, gli atti di scambio in cui la comunicazione consiste) e sia nel senso che produce nello scambio una, fosse seppur parziale, fusione tra i relati comunicanti. Ma dentro questo ambito unitario in cui la situazione comunicativa consiste ci possono stare le più svariate configurazioni. La comunicazione può cioè avere molte forme e per analizzarla si possono usare vari criteri, tra i quali uno molto interessante nell’analisi della comunicazione in genere ma pure nello specifico che qui più mi interessa – sia dunque nell’analisi della modalità della comunicazione filosofica in quanto tale, che nel’analisi della comunicazione tra docente e discenti in ambito scolastico – è quello che distingue tra loro modalità di comunicazione simmetriche e asimmetriche.  E se, in tale contesto, simmetria può essere considerata, nella sua forma pura, come una modalità in cui lo scambio tra A e B è dello stesso tipo o livello in entrambi i versi dello scambio comunicativo; simmetria (e relative asimmetrie) si può dunque dare in molti modi poichè molti sono i piani in cui lo scambio si dà e in ognuno di essi sono possibili identità è differenze di livello. Simmetria o asimmetria nella comunicazione si possono dunque ad esempio dare nell’ambito del potere e dei rapporti di potere, dove tra l’altro per lo più c’è asimmetria perchè c’è sempre dislivello tra il polo che esercita il potere e quello che subisce la potenza, ed eventuali successivi bilanciamenti tesi ad assestare complessive simmetrie comunque vanno a configurare una storia snodata su punti per lo più costituiti da asimmetria di forza. Dai rapporti di potere inoltre frequentemente poi nascono asimmetrie ulteriori e l’asimmetria dunque si annida facilmente nella distribuzione della quantità di potere tra i poli relazionali (ove il potere va naturalmente inteso in senso ampio perchè il potere può assumere molte varie forme, per esempio individuandosi anche nella differenza tra le quantità di informazione posseduta, o nella quantità di prestigio sociale riconosciuto).

 

Ma ci può essere asimmetria anche in molte altre modalità, come ci insegna ad esempio la psicologia sociale, coi suoi studi sulla asimmetria nella tipologia dei beni che possono essere, in una relazione comunicativa, scambiati. Tali beni possono essere infatti di vari tipi, per esempio beni materiali (tra cui le informazioni) oppure beni affettivi (che in una comunicazione possono essere per esempio finalizzati al riconoscimento, o alla valutazione del sé, o a produrre piacere o dolore, gratificazione o biasimo…) e l’asimmetria, in questo caso, si può dare anche nello scambiarsi beni di tipo diverso disponendosi quindi gli interlocutori su piani differenti, quando quindi beni materiali vengono scambiati con affettivi o viceversa. La comunicazione filosofica così ci appare come caratterizzata dall’essere sempre scambio di beni fondamentalmente non materiali e dunque affettivi. Poichè anche i dati informativi da essa veicolati, di per sè neutrali e non affettivi, in realtà sono, laddove filosofia davvero si dà, sempre investiti anche di un pathos (l’inter-esse filo-sofico) che li fa non essere mai materiali soltanto. E ciò anche quando tale comunicazione si svolge in sede istituzionale, e dunque a pagamento, perchè qui o essa si dà come una qualsiasi altra prestazione d’opera (come insegnamento ad esempio di una materia scolastica qualsiasi che si tratta solo di imparare) e dunque poco ha a che fare con l’esperienza in cui la filosofia consiste; oppure si presenta, anche in tale contesto, come eccentrica rispetto all’utilità o funzionalità tipica di altri saperi trasmessi e configurabili come scambio o fornitura di beni materiali.

 

La comunicazione filosofica ha dunque a che fare con lo scambio di beni affettivi. Ma inoltre è comunicazione seria (anche l’ironia filosofica lo è) e profonda. Ma non necessariamente intima, anche se con la questione dell’intimità a ben vedere non può non aver a che fare. Perchè se è vero che poichè si sviluppi adeguatamente il dialogo in cui la comunicazione in filosofia consiste deve prima realizzarsi anche una qualche forma di seduzione del filosofo verso l’interlocutore – o comunque realizzarsi tra i due un qualche aggancio – ; per ottenere tale fascinazione è più opportuno ed efficace in molti casi stare inizialmente sul piano del non intimo (magari perchè ciò evita eccessivo coinvolgimento iniziale che può innescare strategie di fuga e allontanamento) e – se utile ad avvicinare – magari pure del non serio, seppure in funzione strumentale e magari solo in prima battuta.

Relazione redatta da Federico Ghiglione

 

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