L'informazione è potere

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Dai dogi all'Fbi
l'informazione è potere

 L'imperialismo della comunicazione è nato nella Venezia del Seicento

 

MASSIMILIANO PANARARI

 

«L’ informazione è potere», dichiara uno stentoreo Leonardo DiCaprio, alias J. Edgar Hoover, all’inizio dell’ultimo film di Clint Eastwood. E anche i più refrattari all’idea, tra gli abitanti della nostra epoca postmoderna (in cui vige, giustappunto, l’«imperialismo della comunicazione»), se ne sono dovuti fare una ragione.

 

 

Pietro Longhi, "Il Ridotto di Venezia", circa 1750

Ma a scoprire più o meno per primi questa equazione, vari secoli or sono, furono già i membri della classe dirigente della Serenissima, come racconta il libro appena uscito dello storico Filippo De Vivo, Patrizi, informatori, barbieri. Politica e comunicazione a Venezia nella prima età moderna (Feltrinelli, pp. 468,

35). Un saggio ponderoso che, a partire da un episodio, ricostruisce la genesi di un binomio destinato a contraddistinguere tutta la storia politica a venire (fino ai parossismi epistemologici, oltre che spionistici, delle società postdemocratiche).

Nell’aprile del 1606, dopo un periodo di tensioni crescenti tra Santa Sede e repubblica di Venezia - originate dalle dispute sull’estensione delle proprietà ecclesiastiche e sulle competenze in materia giudiziaria - papa Paolo V trasforma in casus belli l’arresto, disposto dal Consiglio dei Dieci, di un abate e di un canonico (rispettivamente accusati di omicidio e di tentata violenza carnale e lesa maestà), scomunicando il doge e il Senato e proclamando l’interdetto dello svolgimento delle funzioni religiose in tutto il territorio da loro amministrato. Una delle crisi più serie nella storia della potente e ricca repubblica mercantile, destinata a scatenare, come mai prima di allora, una impressionante guerra di intelligence , persuasione e controinformazione tra i due Stati antagonisti, che ne fa un caso da manuale di comunicazione politica e un illustre antecedente delle tecniche di spin doctoring . Perché, come spiega l’autore che insegna al Birckbeck College dell’Università di Londra, Venezia era, più di qualsiasi altro luogo, il teatro ideale per uno scontro «ad alto tasso comunicativo».

In primis , a causa del carattere repubblicano del suo regime politico, retto da numerosi consigli di ogni ordine e grado, i quali, prima di deliberare, discutevano a lungo, con la conseguente particolare attenzione portata dall’élite locale all’eloquenza e al controllo di quelle che oggi chiameremmo news - tanto che il termine «comunicazione» aveva, nel linguaggio politico, un significato molto preciso, e indicava il meccanismo, meticolosamente regolamentato, per il passaggio di informazioni tra i diversi consigli deliberativi. Da cui derivava, non a caso, l’autentica ossessione per le fughe di notizie e per la segretezza delle comunicazioni, che l’ampiezza del patriziato e delle rappresentanze diplomatiche e consolari in giro per il mondo di questo impero commerciale mettevano continuamente a repentaglio. E, in secondo luogo, per la sua natura di metropoli, una delle principali dell’epoca moderna (arrivata a 180 mila abitanti prima della peste del 1576), e di culla della prima industria editoriale in senso proprio della storia dell’Occidente, che ne faceva la sede di una molteplicità di «mass media» destinati anche alla larga parte della popolazione esclusa dal governo oligarchico della cosa pubblica. Proprio il popolo, difatti, costituì l’«oggetto del desiderio» dei due competitor di questo conflitto dell’Interdetto di risonanza internazionale, uno dei quali - il Pontefice - invitava tutti i «buoni cristiani» alla sollevazione contro le autorità della Serenissima. Cosa che spiega la proliferazione, davvero inusitata, di ogni forma di comunicazione politica del tempo, dai sermoni alle centinaia di libelli a stampa scritti persino in dialetto veneto. Una guerra senza quartiere per il controllo dei cuori e delle menti dei veneziani di ogniestrazione sociale che si avvalse di tutti gli strumenti possibili della propaganda ante litteram (dalla censura alla pubblicazione, dalla «strategia del diniego» ai graffiti e ai cartelli), che arruolò agitprop più o meno illustri (da Paolo Sarpi, religioso ma fedele alla repubblica veneta, ai barbieri) e dovette fare i conti con l’entropia della «comunicazione incontrollabile». Perché, come racconta in maniera assai doviziosa questo libro, nella Venezia della prima modernità la comunicazione non era semplicemente uno strumento politico, ma «la politica» stessa.

Fonte: La Stampa

http://www3.lastampa.it/cultura/sezioni/articolo/lstp/443826/

 

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