Dall' Impero cinese a Roma antica: la lunga strada della seta

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Storia. Quel filo di seta che univa la Cina alla Roma antica


Simone Paliaga
Un’attenta ricostruzione storico-letteraria del latinista francese Robert mostra come già nel primo secolo ci fossero contatti commerciali fra le sponde del Tevere e Celeste impero
Via della seta: il viaggio di Marco Polo in una ricostruzione catalana

Via della seta: il viaggio di Marco Polo in una ricostruzione catalana

Tutte le strade portano a Roma, ma altrettante conducono in Cina. Oggi, e da tempo, tengono banco le nuove 'Vie della seta', la celebre e discussa Belt and road initiative. Si fa un gran parlare delle infrastrutture che il presidente Xi Jin Ping si appresta ad allestire. Canali per il trasporto di merci e gas, via terra e via mare, e cavi sottomarini per la comunicazione digitale sono al centro di tensioni e dibattiti. Eppure la storia delle relazioni commerciali e culturali tra il Celeste impero e l’Europa non sono recenti. Risalirebbero addirittura al primo secolo dell’era cristiana. Almeno così cerca di provare il latinista francese Jean-Noël Robert nel suo Da Roma alla Cina. Sulle via della seta al tempo della Roma imperiale (Leg, pagine 342, euro 20). Alcune cronache cinesi di epoca Han riferiscono di viaggiatori provenienti da molto lontano. Lo Hu Han-shu ricorda che «nel nono anno del periodo Yen hi (nel 166) sotto il regno dell’imperatore Huandi, An-tun, sovrano del Da Qin, inviò degli ambasciatori al Figlio del Cielo, che arrivarono attraverso l’Annam, dopo aver fatto il grande giro. Offrirono zanne di elefante, corna di rinoceronte e gusci di tartaruga. Allora cominciarono relazioni dirette con quella contrada».

Da Qin, Grande Cina, era la maniera con cui probabilmente si definiva l’Impero romano, e An-tun starebbe per Marco Aurelio, della dinastia degli Antonini. Prima di quella data, continuano le cronache cinesi, i romani «non hanno mai potuto entrare in relazione con noi» perché i parti «volevano mantenere l’esclusività nel commercio delle sete cinesi». E anche questo torna perché, se già nel 115 Traiano fece della Mesopotamia una provincia romana ed esplorò il Golfo Persico, solo nel 165 le legioni romane mettono a sacco le città di Seleucia e Ctesifonte danneggiando il controllo partico delle vie carovaniere. Malgrado l’atavica rivalità tra l’Urbe e i parti, fra il I e il II secolo, matura un periodo di grande stabilità politica. A trarne vantaggio sarà la circolazione di uomini, merci e idee. Quattro grandi imperi allora si spartivano il presidio dei territori tra il Mediterraneo e il Mar Giallo: la Cina della seconda dinastia Han, l’India del nord dei kushana, un impero che si estendeva dal Tagikistan al Mar Caspio, i parti e i romani. Non bisogna però credere, ammonisce Jean-Noël Robert, che i romani giunti alla corte del Celeste Impero provenissero dal Tevere. Con ogni probabilità si trattava di mercanti originari dell’Oriente romano che, per avere accesso alla corte imperiale, avevano millantato il titolo di ambasciatori. Al tempo i viaggiatori romani che intendevano inoltrarsi negli sconosciuti territori d’Oriente dovevano prima raggiungere le frontiere dell’Impero.

Dopo essere giunti nei porti di Tiro o Sidone, si incamminavano in direzione di Palmira o del deserto siriano, se sceglievano di penetrare via terra l’impero partico. Una volta raggiunta la Battriana, cuore degli scambi dell’antica Asia, per arrivare in Cina, i viaggiatori avrebbero poi dovuto superare il Pamir. Se invece avessero optato per le vie oceaniche, per raggiungere il Celeste Impero, la prima tappa sarebbe stata Alessandria. Da lì fiorivano le rotte verso l’India per balzare infine, dopo aver costeggiato la penisola malese, in Cina. Sarebbe questa la rotta praticata dai sedicenti ambasciatori romani secondo la ricostruzione dallo Hu Han-shu. Se i cinesi avevano trovato un nome per il Mediterraneo, il 'gran mare occidentale', e Roma, gli abitanti dell’Urbe non erano da meno. Dal I secolo a.C. chiamavano seri i cinesi e la loro terra, Serica. Avrebbe potuto essere diversamente se da lì, attraverso i parti, importavano la seta, che cinesi, manciù e mongoli chiamavano ssu e i romani traducevano con sericum? Virgilio, nelle Georgiche, nel 37 a.C., li evoca per primo attribuendo ai seri la produzione della seta perché «cardano col pettine i sottili fili di seta dalle foglie». Per Orazio vivono vicino le «rive del sole».

Nemmeno Giovenale, Ovidio, Seneca, Stazio, Lucano, Pomponio Mele li trascurano. Solo con Pausania, duecento anni dopo Virgilio, all’epoca di Marco Aurelio, però si riconoscerà che la seta si ricava non da foglie o corteccia ma da «un piccolo animale». Rimane il dubbio, comunque, se i seri fossero davvero i cinesi visto che Plinio li raffigura «con occhi azzurri e capelli rossi» e non gli abitanti del Kashmir o dello Xinjiang. Errori dovuti alla fantasia? O forse gli uomini «con occhi azzurri e capelli rossi» sono gli eredi dei legionari romani catturati dai parti durante la battaglia di Carre nel 53 a.C. e deportati in Transoxiana, l’attuale Uzbekistan. È la tesi dello storico americano Homer Hasenbflug Dubs per spiegare i tratti europei di alcune popolazioni di Gansu, distretto di Yongchang, nella Cina occidentale. Poco importa che i seri siano davvero i cinesi o che fossero romani i viaggiatori giunti alla corte del Figlio del sole. Conta invece la curiosità per il lontano che da sempre spinge le civiltà e le culture a guadare oltre se stesse e ad andare incontro all’altro.

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