Economia del Regno delle Due Sicilie

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Al momento dell’Unità d’Italia, nel Regno delle Due Sicilie furono ritirati 443,3 milioni di monete di vario conio, di cui 424 milioni d’argento, pari al 65,7% di tutte le monete circolanti nella penisola.

 

La grande quantità di monete è però un indice solo apparente della ricchezza del paese borbonico. Infatti era frutto della politica economica mercantilistica voluta da Ferdinando II di Borbone. Nel 1830, quando ascese al trono, il deficit del Regno delle Due Sicilie ammontava a 1.128.167 ducati.

Il nuovo re ottenne il pareggio di bilancio attuando numerosi tagli alle spese di corte, ed in seguito ridusse il peso fiscale. Pur di mantenere sempre all’attivo la bilancia economica, senza ricorrere all’innalzamento della pressione fiscale, venne di fatto abolita ogni spesa per la costruzione di infrastrutture. Nel 1860, erano presenti solo 14.000 km di strade, contro i 28.000 km della Lombardia, 4 volte più piccola.

Secondo la Relazione Massari del 1863, ben 1.321 comuni su 1.848 nel Mezzogiorno continentale erano privi di rete stradale. Le poche strade presenti, inoltre, erano colpite frequentemente dai briganti, fenomeno endemico nel Mezzogiorno fin dall’occupazione spagnola del XVI secolo.

Anche se fu il primo Stato in Italia ad avere una linea ferroviaria, nel 1861 c’erano 181 km di ferrovia, di cui nessuna in Sicilia. In tutta Italia però le ferrovie percorrevano una distanza di circa 2520 km.

 

Istruzione e sanità

Nel 1859 si contavano appena 2.010 scuole primarie con 39.881 allievi, 27.547 allieve e 3.171 maestri, su una popolazione di oltre 9.000.000 di abitanti. al momento dell’Unità il numero degli analfabeti si aggirava nel Regno in media intorno al 70-75%, anche se secondo alcuni studiosi l’indice arrivava al 90%.

Invece il sistema sanitario era tutto sommato niente male: in tutto il regno vi erano 80 ospedali, in prevalenza allestiti nei monasteri dove, durante l’occupazione spagnola, il clero si occupava dell’assistenza medica.

Vi erano inoltre 9.390 medici e chirurghi per 9 milioni di abitanti, contro ai 7.087 medici e chirurghi per i 13 milioni di abitanti del Settentrione. Ciononostante, vi furono 170 mila morti nel 1836-37 per l’epidemia di colera, causata dalle pessime condizioni igieniche e dalla mancanza di impianti di scarico fognario e a volte addirittura di acqua.

 

Esercito ed industria

Le spese militari erano ingenti. ll Real Esercito nel 1860 contava circa 70.000 soldati di professione e a ferma prolungata, 20.000 soldati di leva e circa 40.000 riservisti (ultime 5 classi di leva pronte al richiamo). L’Armata di Mare invece poteva fare affidamento su circa 6.500 marinai di professione, 2.000 marinai di leva, più di 90 navi a vela e 30 navi a vapore.

La grande attenzione prestata alle forze armate ebbe l’effetto positivo di creare una buona industria pesante nel Regno delle Due Sicilie. Le Officine di Pietrarsa, il bacino di carenaggio dell’Arsenale di Napoli, il cantiere navale di Castellammare di Stabia, gli opifici di Mongiana e la Fabbrica d’armi di Torre Annunziata prosperarono grazie alla continua richiesta di materiali militari. Nel 1861 nel Regno delle Due Sicilie vi erano circa 5000 operai impegnati nel settore siderurgico e/o bellico.

 

In Sicilia vi erano importanti miniere di zolfo, date in appalto ad una compagnia britannica. La tecniche di estrazione usate erano però molto arretrate, tanto che un terzo dello zolfo andava perduto. Importante era anche il settore tessile (Valle del Liri, San Leucio, Piedimonte d’Alife); impiantato da numerosi imprenditori svizzeri. Come nel resto d’Italia, l’industria nel Regno delle Due Sicilie ebbe a soffrire varie deficienze strutturali: la scarsezza di materie prime quali il carbon fossile e ferro, la mancanza di capitali (principalmente investiti in rendite fondiarie e titoli di stato), la mancanza di una educazione tecnica degli operai che relegava l’attività manifatturiera principalmente all’ambito artigiano e casalingo, e la scarsezza del mercato interno del regno stesso.

Inoltre non vi erano norme a tutela delle condizioni lavorative: l’operaio non aveva il diritto di protestare per ottenere migliori condizioni di lavoro e lo sciopero poteva essere punito dalla legislazione borbonica come “atto illecito tendente al disturbo dell’ordine pubblico”.

 

L’agricoltura, dominante nello Stato borbonico come nel resto d’Italia, di basava sulla produzione di grano, orzo, avena, patate, legumi e olio. Importanti erano anche le coltivazioni di agrumi e di molte altre piante idonee al clima mediterraneo, quali l’olivo e la vite. Lo sviluppo tecnico agricolo nei latifondi lasciava molto a desiderare, a causa del disinteresse del latifondista. I metodi di coltivazione usati erano talvolta superati da secoli, come la rotazione biennale. Durante l’epoca napoleonica il nuovo regime intraprese un’energica campagna contro il latifondismo e il feudalesimo, provocando così la nascita di un ceto borghese nelle campagne.

La nuova borghesia agricola lottò per prendere il sopravvento contro la vecchia aristocrazia latifondista, fallendo a causa del sostegno della monarchia assolutista nei confronti di quest’ultima. In questo modo il ceto medio divenne la classe sociale più ostile alla dinastia, trasformandosi nella spina dorsale dei movimenti costituzionali ed unitari protagonisti della dissoluzione del reame nel 1860.

 

Fonte: https://amantidellastoria.wordpress.com/2016/01/16/economia-del-regno-delle-due-sicilie/

 

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