Il pensiero di Gramsci

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I borghesi, i proletari e lo stato

Fin dai suoi primi scritti Gramsci vede come protagonisti della storia contemporanea la classe borghese e quella proletaria, concepibili addirittura come due diversi modi di concepire la vita e di organizzarla. Nel sistema contemporaneo a Gramsci la borghesia è ovviamente privilegiata e adotta come modello economico il capitalismo al fine di conservare tale privilegio, il proletariato, in posizione di inferiorità, deve lottare contro la gestione dello stato borghese, fautore di una politica di classe, attraverso l'espansione con i mezzi forniti dalle strutture liberali del regime, cercando di abrogare le leggi presenti e evitando di promulgarne altre. Secondo Gramsci lo stato attuale può identificarsi completamente con la classe borghese, mentre l'azione rivoluzionaria del proletariato si individua nella politica adottata dal partito, che deve spingere ad operare senza riconoscere l'autorità del potere esecutivo, ma solo quella degli organismi di classe, unici titolari delle sue aspirazioni. E' posta una severa accusa alla borghesia italiana, a cui è tuttavia riconosciuto di aver realizzato l'unità del paese, di aver creato una guerra civile per il governo dello Stato, vedendo la moltitudine di operai e contadini come attuale realizzatrice dell'unità nazionale dopo aver preso il posto dei borghesi. Per essa infatti il disgregamento della nazione è dannosa, in quanto l'unità dello Stato è fondamentale per la dittatura del proletariato e il conseguente inserimento nella diffusione della rivoluzione attraverso l'Internazionale Comunista. Il governo borghese, per definizione, presenta un equilibrio tra due partiti parlamentari rappresentanti di due forze politiche, quello conservatore rappresentante del ceto dei proprietari terrieri e quello democratico rappresentante il capitale industriale. Gramsci individua questo equilibrio in qualsiasi stato borghese, dittatoriale o meno, e stabilisce il rovesciamento di tale stato come obiettivo della classe operaia. Individua inoltre un pericolo per la rivoluzione nel ceto di piccola borghesia, incapace di capire la propria funzione storica, che si può formare nel proletariato poiché spinta dall'ambizione internazionale.

Assieme all'analisi della lotta tra le due classi, Gramsci presenta il rapporto necessario che collega il socialismo alla libertà, ponendo come base che la libertà borghese non sia valida in assoluto ma sia legata ad una classe in un determinato periodo storico. Ogni Costituzione politica dipende dalla struttura economica, ma i rapporti tra la prima e la seconda hanno rapporti molto più complessi di quanto possa sembrare, in quanto essi devono dare i caratteri della storia di un popolo. La storia infatti non segue schemi prestabiliti, ma l'aspirazione primordiale alla libertà che si articola nella lotta per suscitare istituti sociali che la garantiscano. La dittatura del proletariato, in cui è individuato il controllo dello stato da parte della maggioranza dei cittadini o dal proletariato stesso, è uno strumento per garantire la libertà contro le minoranze controrivoluzionarie, ma dovrà dissolversi quando le suddette istituzioni saranno create. Il partito ha il compito di indirizzare il proletariato in questa direzione, avendo un apparente ruolo egemone, ma Gramsci sostiene che esso sia comunque vincolato dalla politica di massa. Le istituzioni create dopo la vittoria della rivoluzione dovranno ovviamente garantire le tendenze anticapitalistiche all'interno dello stato e allo stesso tempo ostacolare il potere industriale e politico capitalista all'esterno.

La classe e la lotta di classe

Nonostante in Gramsci manchi una definizione chiaramente espressa di classe è possibile capire questo concetto attraverso la lotta tra le stesse, che garantisce lo svolgimento della storia non in quanto atto di volontà ma in quanto necessità storica. La vera definizione di classe si può trovare attraverso l'aderenza ai principi dell'Internazionale Comunista, ossia quella di un insieme di individui che hanno perduto la loro individualità ed hanno conquistato una coscienza di classe sotto la pressione di eventi esterni. Tuttavia il concetto è analizzato in chiave più dinamica rispetto alla normale concezione marxista, facendo determinare il percorso storico della lotta di classe anche dall'alterazione dei rapporti dovuta al sistema capitalistico e introducendo una maggiore importanza data alla coscienza di classe e all'apprendimento. Gramsci incoraggia il partito ad occuparsi di un vero e proprio processo educativo per la classe operaia, ammettendo però che tali intenzioni devono tener conto degli strumenti propagandistici della borghesia interessata a stringere legami sempre più saldi con l'aristocrazia operaia in modo da modificare la linea del partito da rivoluzionaria a riformista (entrata in gioco della Russia nello schema degli eventi della lotta di classe). Un altro problema per la lotta di classe è che per gli operai il progetto di rimuovere le classi, e di conseguenza spezzare lo sviluppo storico, equivalga all'eliminazione della macchina del progresso che sarà sostituita con la lotta contro le forze brute della natura. Resta di fatto che la lotta di classe, nonostante gli innumerevoli tentativi della classe borghese di negarlo avendo successo grazie alla mancata operosità del movimento operaio, esiste e, sebbene sia stata solo un insieme di azioni distruttive a danno della borghesia che è comunque riuscita a riorganizzarsi e prevalere, deve essere il mezzo attraverso cui il proletariato rompe lo schema che vede la classe a sé superiore e rovescia i propri avversari conquistando il potere.

Nei Quaderni del Carcere è presente un'analisi che introduce il concetto di egemonia, ossia la capacità di un gruppo sociale di avere una funzione egemonica non solo durante la conquista del potere, ma soprattutto prima quando le classi subalterne subiscono l'iniziativa di quelle dominanti. L'egemonia è propriamente il concetto attraverso cui è spiegato il prevalere della cultura borghese su quella proletaria attraverso i principali mezzi di informazione facendo sorgere nelle coscienze non la coscienza di classe capace di portare il sentimento rivoluzionario, bensì ideologie affini alla classe dominante o capaci di trattenere quelle subordinate.

Il ruolo del partito e il rapporto con i sindacati

Gramsci vede il partito come la forza di una classe sociale che ha come fine la conquista del potere, avendo come principale caratteristica l'essere sempre tutt'uno con la classe da esso rappresentata. Il partito rappresenta la massa, non si distacca da essa, e si occupa di organizzarla attraverso un programma culturale. L'organizzazione delle masse per la vittoria non deve però né degenerare in corporativismo, capace di separare il proletariato, né trascurare alcuno degli obiettivi posti dalla rivoluzione. La forza del partito deriva dall'essere uno strumento di lotta con cui si può strappare allo stato borghese il sostegno democratico, facendosi coscienza storica del proletariato e direttore del movimento. Quindi il partito svolge una funzione gerarchicamente espressa, cosa che Gramsci riconosce possa degenerare in concezione burocratica del potere con successiva trasformazione in organismo conservatore, già presenti nel parlamentarismo borghese attraverso cui non può svolgersi la lotta. Per questo Gramsci pone come obiettivo primario del partito l'espulsione di qualsiasi forma di riformismo capace di minare l'unità della classe e di compromettere l'operato rivoluzionario. Quindi si tratta di lasciare le redini della rivoluzione ad una minoranza preparata e cosciente che tuttavia risponde del proprio operato alle masse e rimane sempre in contatto con esse per ottenere la vittoria politica. Ciò significa che le masse, pur facendo parte di una struttura da loro non diretta, esercitino la direzione della lotta. Giudicata in maniera diversa è l'azione dei sindacati, visti come strumenti legati alla linea riformista che ha rinforzato la borghesia nonostante sia riconosciuto che siano stati i primi organizzatori della classe operaia. Secondo Gramsci il problema dei sindacati non è relativo alle loro intenzioni o all'impianto ideologico, bensì alla loro natura di mantenitori dell'ordine costituito che ha per base la proprietà privata. Il sindacalismo è quindi parzialmente uno strumento della società borghese, non combattendola in modo definito né superandola fornendo un modello alternativo, tuttavia la direzione di un sindacato assunta da un membro del partito riconoscerebbe la direzione del partito stesso pur non rendendo il sindacato un organo subordinato. Diversa da ciò è l'organizzazione dei consigli di fabbrica ispirati a un modello sovietico, in quanto questi sono espressioni di sindacalismo propriamente rivoluzionario. Essi infatti rappresentano la cellula di un movimento di sviluppo che culmina nell'Internazionale (pg 91 frase). Il consiglio è la negazione della legalità industriale, invece riconosciuta dal sindacato, a Gramsci pone una severa critica per la sua assenza di reazioni di fronte al fenomeno fascista.

Operai e contadini

Gramsci pone come obiettivo come fondamentale per la via italiana al socialismo l'unione tra le due più grandi forze della classe lavoratrice, ossia operai e contadini, in quanto la singola azione operaia è incapace di affermarsi negli ambienti campagnoli di cui l'Italia è colma. Quindi bisogna saldare la città alla campagna introducendo organismi che portino la coscienza di classe e provvedano con l'occupazione delle terre in sintonia con il controllo operaio delle fabbriche. Anche I contadini, in quanto classe subordinata, sono vittima dell'egemonia borghese espressa attraverso partiti politici dal forte sentimento religioso, occorre quindi sottrarli a questa influenza controrivoluzionaria e questo lavoro, affinché si arrivi alla collaborazione, va fatto dalla classe operaia sotto la direzione del partito.

 

Gli intellettuali e la cultura

Secondo Gramsci l'azione rivoluzionaria del partito socialista ha dimostrato una propensione a porre delle soluzioni ai problemi di natura politico-economica, ma anche filosofica e morale, nel momento stesso in cui tali problemi si manifestavano, mancando quindi di un'adeguata preparazione. Le masse mancano sia di un'educazione, poiché la loro ignoranza fa parte del disegno egemonico borghese, sia di una spinta all'autoeducazione che conduca alla cultura. Nel dibattito presente all'interno del partito in numerose sfaccettature, Gramsci sostiene che le opinioni individuali sulla definizione di cultura hanno scarso peso, mancando del motivo chiave che lega la cultura al socialismo. Tuttavia ciò non basta, occorre che questa diffusione della cultura avvenga in maniera organizzata, ossia che il proletariato ottenga conoscenze che soddisfino i propri bisogni. Tuttavia l'aspetto tecnico-scientifico, come potrebbe apparentemente sembrare, non troneggia su quello umanistico, in quanto quest'ultimo è capace di dare una forma mentis attraverso cui si possono svolgere i processi di risoluzione dei problemi. Il problema della diffusione culturale incontra un ostacolo anche nel linguaggio che nel corso dell'opera di Gramsci può risultare eccessivamente colto per la classe proletaria, tuttavia non si può ingannare il lettore con l'illusione che gli argomenti di cui deve prendere coscienza siano banali e facili da comprendere, quindi il linguaggio deve sì rientrare nel tono dei fruitori, ma deve anche superarlo al fine di portare la loro mente oltre i semplici opuscoli. Solo con la cultura si può arrivare alla libertà di pensiero tipica del socialismo e esente da qualsiasi influenza dell'egemonia borghese, a volte attraverso il ricorso agli intellettuali stessi asserviti alla classe dominante. Nella conquista del potere economico e politico occorre quindi inserire anche l'aspetto intellettuale, ossia che il proletariato sviluppi la capacità di imporre la propria egemonia culturale. Questo atteggiamento dovrà andare anche oltre la società senza classi, in quanto Gramsci prevede un ipotetico “scontro” tra l'uomo e “le forze brute della natura”. In questa futura società Gramsci si fa stratega e organizzatore di ogni aspetto a partire da questa nuova cultura, ponendo come base di non scartare a priori le forme d'arte apparentemente contrarie all'ideologia comunista in quanto per arrivare alla tecnica produttiva. Per arrivare alla nuova civiltà occorre distruggere quella attuale, utilizzando il termine “distruggere” non in funzione apocalittica ma con un significato più futurista . Un male per questa nuova cultura sarebbe il mancato interesse. Il ruolo degli intellettuali è spiegato in relazione ad un'analisi che vede il crearsi di un ceto intellettuale in ogni gruppo sociale da cui i membri di tale ceto pensano di distaccarsi per assumere un ruolo di guida e di dare omogeneità e consapevolezza, ignorando, sbagliando, di essere sempre legati al gruppo di cui sono espressione. Questa funzione è assunta da pochi, ma chiunque secondo Gramsci si può definire intellettuale in quanto capace di un'arte o un'attività di pensiero. Tuttavia il termine indica un ceto ben preciso, ossia quello dei “commessi” del gruppo dominante, a volte addirittura inconsapevolmente. Gli intellettuali si dividono a seconda dell'ambiente in cui operano in urbani, legati all'educazione tecnica e all'ambiente industriale perché proveniente dalla borghesia piccola o media, e rurali (in cui rientra il clero), legati alla massa sociale campagnola non ancora pienamente assorbita dal capitalismo. Nel campo politico-amministrativo, e non più puramente culturale, gli intellettuali credono di essere un gruppo al di fuori della lotta di classe, rifacendosi a una tradizione precedente di cui ereditano quello che definiscono il contenuto ideologico definendosi nel contempo nuovi elaboratori di tale tradizione. Questo ragionamento rende il ceto conservatore e, soprattutto, lontano dal popolo, essendo legato invece a una tradizione di casta, Allo stesso tempo il popolo non sente l'influenza della grande cultura letteraria, poiché essa è a lui estranea per la maggior parte con l'eccezione dei libretti del melodramma (genere ampiamente popolare). Gramsci però si distacca dal ritenere che ad esempio la letteratura dei classici sia per definizione superiore alle altre, o che l'amore per un'opera derivi dalla mera ammirazione della forma, mantenendo un certo rispetto per le “manie individuali” e indicando come amore l'adesione al contenuto ideologico.

 

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