Il cibo: "senza..."

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Cercare «cibo senza qualcosa» è la nuova moda quando si fa la spesa; senza grassi, senza zuccheri, senza olio di palma, senza conservanti…

L’industria si adegua e insiste sul «free from» per accontentare la richiesta dilagante di salutismo. I prodotti «privi di» sono quelli che presentano in etichetta o sul packaging una dichiarazione di «non presenza» di qualcosa. La dicitura più frequente è «senza conservanti», che genera l’11,5% delle vendite. Ma se la promessa di tagliare sulle calorie ha da sempre un fascino ineguagliabile,  la più recente è l’eliminazione dell’olio di palma ad aver avuto il maggior impatto sulle vendite negli ultimi anni. Si vuole trasmettere in modo chiaro al consumatore che quell’elemento non c’è e che può stare tranquillo. Sembra che ormai il consumatore sia più interessato a ciò che manca, piuttosto a ciò che è presente. In passato la “ricchezza” di un prodotto era considerata un valore aggiunto. La buona notizia è che il livello di consapevolezza su ciò che si compra, si mangia o si applica sulla pelle è cresciuto. Complice la crisi economica, gli italiani (e non solo) hanno riscoperto valori come parsimonia e moderazione dei consumi, puntando sulla qualità, piuttosto che sulla quantità. Prediligono prodotti il più possibile naturali, semplici, genuini, come quelli fatti in casa. Infatti, sempre più connazionali fanno la spesa direttamente nelle fattorienei mercati degli agricoltori, per essere sicuri di acquistare cibo senza elementi chimici o aggiunti a livello industriale. I consumatori diventano sempre più informati, esperti e apprensivi e  sono più preoccupati di verificare l’assenza dei «nemici» che analizzare la composizione nutrizionale, la provenienza degli ingredienti o la data di scadenza. L’aspetto psicologico ha un peso determinante. Due parole magiche sono apparse nel mercato alimentare nell’ultimo decennio: integratori e senza. I primi aumentano, i secondi tolgono. L’uno è l’opposto dell’altro, ma stando ai dati di mercato esercitano entrambi un forte stimolo seduttivo per il consumatore, che sempre più spesso decide di integrare senza sapere cosa gli manca, o di togliere qualcosa senza averne davvero la necessità. È una scelta di consumo che genera un’emozione potente, alimentata da alcune pubblicità recenti dove c’è un’allusione a una componente magica, favolosa, dell’articolo proposto. Da un’analisi delle pubblicità trasmesse in Italia negli ultimi anni si vede come lo stile di vita «green», attento al benessere e alla tutela dell’ambiente sia veicolato da nuove strategie di marketing. Colori rassicuranti e protettivi come bianco e verde, dialoghi studiati, scene di perfetta vita quotidiana. Il cibo senza zucchero o sale, pur se a prezzi maggiori, schizza in testa ai consumi per il suo potere persuasivo.

Il parere dei nutrizionisti è che a tavola sono sempre preferibili valori come sobrietà e ragionevole osservanza di una dieta equilibrata e variata, piuttosto che la demonizzazione a priori di singole componenti. Le scritte che riportano le modifiche apportate all’alimento originale e i relativi benefit per la salute, devono superare un lungo iter di autorizzazione che prevede una serie di studi scientifici. Da parte del consumatore, tuttavia, la certezza di comprare cibo “senza qualcosa” viene spesso confusa con il reale bisogno di rinunciare a quello specifico componente.

- Cibo senza zucchero: prendiamo per esempio lo zucchero, in quantità oculate non solo è un nutriente fondamentale, ma rappresenta il carburante principale delle nostre cellule. Tuttavia è il primo a scomparire dal carrello. Inoltre la parola “senza” azzera le differenze tra le varie tipologie di zuccheri e grassi che, in diverse proporzioni, devono essere presenti nell’alimentazione quotidiana. L’ondata salutista favorisce un fai-da-te a volte controproducente. Se l’obiettivo è dimagrire, per esempio, il rischio è quello di dichiarare guerra totale allo zucchero e orientarsi sempre e comunque verso i dolcificanti. Una scelta che non ha alcun beneficio sulla riduzione del peso.

- Cibo senza grassi: anche i grassi sono visti come il demonio, pur essendo indispensabili. Attraverso loro assumiamo sostanze necessarie al corretto funzionamento dell’organismo. Inoltre, gli acidi grassi «buoni» come gli Omega 6 e Omega 3 svolgono un importante ruolo nella prevenzione di malattie cardiovascolari e hanno dimostrato un ruolo protettivo nei confronti di infiammazioni e malattie neurodegenerative. Come sempre, è la dose a fare il veleno. Per non avere problemi basta che i grassi non superino il 25-30% delle calorie totali giornaliere e che siano prevalentemente costituiti da grassi insaturi di origine vegetale come l’olio extravergine d’oliva. Un discorso a parte lo merita l’olio di palma, che è sì vegetale, ma ha una composizione più simile al burro perché contiene principalmente grassi saturi. Essendo insapore, non altera la gradevolezza delle preparazioni e, resistendo all’irrancidimento, ne garantisce la conservabilità. Ecco perché l’industria, attratta anche dai bassi costi, lo aveva inserito tra i suoi ingredienti principali. Di recente però, molti produttori lo hanno eliminato in virtù di un dibattito tuttora in corso su eventuali suoi effetti negativi sulla salute. Effetti non confermati dalle autorità competenti. È sempre fondamentale leggere attentamente l’etichetta, per sapere con quale tipo di grasso è stato sostituito l’olio di palma.

- Cibo senza glutine, lattosio e lievito: arriviamo poi al capitolo delle allergie e intolleranze alimentari. E allora c’è chi compra senza lattosio o senza lievito perché gonfiano la pancia o esclude il glutine dalla dieta convinto di perdere peso. Per i non celiaci, l’eliminazione del glutine con l’intento di dimagrire è inutile se non dannoso, perché in alcuni preparati per celiaci vengono aggiunti zuccheri o grassi per aumentare la gradevolezza del prodotto.

Lo stesso discorso vale per il lattosio, presunto colpevole di tutti i mali, dai dolori addominali all’iperproduzione di muco nei bambini. Scegliere un latte senza lattosio con nessuna effettiva necessità porta nel tempo alla disattivazione della lattasi, l’enzima deputato alla digestione dello zucchero del latte. Chi non è intollerante, quindi, potrebbe diventarlo.

Il lievito: secondo Eurispes il 18,6% degli italiani compra abitualmente cibo senza lievito in mancanza di una ragione, pensando erroneamente che questo ingrediente provochi gonfiore addominale. Ma il lievito ha un ruolo fondamentale nella panificazione, aggiunge sapore e fragranza, «muore» a 50-60 gradi di temperatura per cui il gonfiore deriva da altre cause. C’è anzi una serie di recenti studi che ne avvalorano i benefici.

-  Cibo senza sale: molto difficile, invece, che vi sia un acquisto immotivato di prodotti senza sale. Gli italiani superano ampiamente l’apporto di 5 grammi al giorno, pari a un cucchiaino da caffè, raccomandato dall’Organizzazione mondiale della sanità. È dimostrato che più di 9 grammi di sale al giorno hanno effetti nocivi sulla salute, provocando in primis l’ipertensione. La fonte principale di cloruro di sodio è costituita dal pane e dai prodotti da forno anche dolci, come biscotti, cracker e cornflakes. Scegliere prodotti confezionati senza sale è una scelta di tutela della salute a tutte le età. Ma anche in questo caso attenzione alle etichette. È importante ricordare i nomi di alcuni ingredienti che indicano la presenza di sale come bicarbonato di sodio, fosfato monosodico, glutammato monosodico, nitrato e nitrito di sodio.

- Cibo senza conservanti: la scritta «senza» preferita dai consumatori si riferisce ai conservanti e, più in generale, agli additivi chimici. Va sottolineato che la presenza degli  additivi  nei cibi è rigorosamente regolamentata e controllata. Inoltre, la legge stabilisce sia le tipologie di alimenti in cui l’additivo può essere aggiunto sia le quantità massime che i produttori possono utilizzare. Tutto questo ha lo scopo di evitare che con l’alimentazione abituale si superino le dosi giornaliere ammissibili di queste sostanze. Per esempio, la legislazione europea vieta l’utilizzo di coloranti e conservanti nei prodotti per l’infanzia indirizzati a bambini fino ai tre anni d’età.

Alcuni additivi, invece, sono perfettamente innocui e sono autorizzati anche negli alimenti per l’infanzia. È il caso dell’acido ascorbico (E500) e dell’acido citrico (E330). In alcuni casi, poi, gli additivi sono essenziali per conservare la salubrità di certi alimenti. Per esempio, i nitriti aggiunti agli insaccati per evitare la crescita di batteri, tra i quali il pericoloso botulino.

Fonte: https://www.ok-salute.it/alimentazione/cibo-senza-grassi-zuccheri-conservanti-moda-o-necessita/

Rielaborazione di Giusto Francesca.

 

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