Il vuoto delle nostre carceri riempito dalla scrittura

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La SCRITTURA come noi la conosciamo, quella che a volte può apparire persino noiosa a causa dei continui temi scolastici obbligatori, può salvare la vita ad alcune persone. Nel nostro mondo, dove tocchiamo con mano i social ogni giorno, ci appare strano un pensiero simile, ma nelle nostre PRIGIONI, una delle prime cose che fa chi entra in carcere è scrivere.

Scrivono quasi sempre una lettera ai familiari, uno dei pochi metodi per mantenersi in contatto con la realtà esterna, utilizzato da chi non è analfabeta, perché si, dietro le sbarre c'è un'umanità di ogni genere; dagli analfabeti a persone con due lauree, dai colpevoli agli innocenti.

Edoardo Albinati che insegna italiano nel carcere di Rebibbia da 25 anni, ci spiega che i racconti dei detenuti sulla vita carceraria di solito sono abbastanza monotoni, ma questo non dipende da uno scarso impegno, piuttosto dall'argomento. Quando si è trovato tra le mani, racconti dei detenuti scritti veramente bene, ha avuto la conferma che non si scrive per ricordare, ma per mettere alle spalle il passato, per cancellare, o almeno chiudere un cassetto.

Una detenuta si racconta in un brano che narra il suo incontro con una nuova compagna di cella: due vite che si sono  incrociate in nove metri quadri. La stessa afferma che scrivere la sta aiutando a sopravvivere in quel mondo, dove, se non si fa niente si diventa niente.

Sono molte le testimonianze che possiamo raccogliere da quel mondo, che a noi appare tanto lontano, grazie all'aiuto di alcuni volontari che organizzano incontri tra detenuti in alcune biblioteche in Italia. Come quella di Carmelo Musumeci, entrato nel carcere nel 1991, condannato all'ergastolo per omicidio. Egli, dopo un lungo periodo di isolamento, ha iniziato a leggere, scrivere e studiare. Si è laureato prima in Giurisprudenza, poi in Filosofia, con 110 e lode. Ha scritto 7 libri, diari e migliaia di lettere dedicate a Dio, all'umanità, in cui scrive: " In carcere si soffre per nulla, il nostro dolore non fa bene a nessuno, neppure alle vittime dei nostri reati, è difficile pensare al male che hai fatto fuori se ricevi male tutti i giorni."

Nelle nostre prigioni, chi esce spesso torna dentro: la recidiva in Italia è attorno al 70%. Oltre che un fallimento sul piano economico, ( un detenuto costa 140 euro al giorno allo Stato Italiano ) è un fallimento sul piano umano. " Se trattiamo le persone come fossero animali quando sono in prigione, è probabile che si comportino come animali. Per questo qui cerchiamo di trattare i detenuti come esseri umani" ha dichiarato l'ex direttore del carcere di Bastøy, isola vicino a Oslo.

C'è un numero davvero raccapricciante in un paese che si ritiene civile, come quello italiano; dal 2010 al 2018 nelle nostre carceri ci sono stati 1030 suicidi. UNO alla settimana, nel SILENZIO.

Sono molte le associazioni di volontari che selezionano e pubblicano gli scritti in carcere o li premiano; uno dei concorsi più famosi è il Sognalib(e)ro.

SCRIVERE è IMPORTANTE per chi è dentro, ma potrebbe essere prezioso per l'intera società se queste testimonianze dal carcere venissero conosciute e tenute in considerazione. Le pene che al male rispondono con altrettanto male, l'ozio forzato, la dignità non sempre rispettata, oltre che essere indegni di una società civile, non fanno che esasperare i detenuti allontanando il possibile reinserimento nella società.

A presto, Arianna

 

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