Zygmunt Bauman è morto

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Ho sempre odiato il fatto che certe personalità venissero ricordate solo il giorno della loro morte: solo un anno fa, leggevo stupito gli interminabili articoli su Umberto Eco, pubblicati pochi minuti dopo l'annuncio ufficiale della sua morte, e mi chiedevo come avessero fatto i giornalisti a comporre simili articoli. Influenzato dalla recente lettura di Sostiene Pereira, magistrale romanzo di Antonio Tabucchi, ero giunto alla conclusione che nella maggior parte dei casi erano necrologi già pronti, fusioni di copia-incolla da Wikipedia e melensi artifici retorici. Poi, scoprivo articoli più corti, magari meno precisi, ma sinceri. Si vedeva che erano stati scritti di getto, con quello spirito attonito di chi scopre la morte di un pensatore, di un uomo di cultura. Nel ricordare Zygmunt Bauman cercherò di seguire questo stile.

Zygmunt Bauman nacque nel 1925 in Polonia. Di famiglia ebrea, fu costretto ad abbandonare la propria nazione per sfuggire alla persecuzione nazista. Si recò in Russia, dove abbracciò gli ideali marxisti e, terminata la guerra, si iscrisse all'Università di Varsavia, dove studiò sociologia. Nel 1968, una nuova ondata di antisemitismo investì la Polonia, e Bauman si vide costretto a lasciare nuovamente la propria patria, assieme ad una cattedra all'università dove aveva studiato. Andò a Tel Aviv, dove insegnò per circa tre anni, per poi spostarsi all'Università di Leeds, nel 1971. Lasciando la cattedra nel 1990, proseguì la propria attività di conferenziere fino a poco prima della morte, che lo ha raggiunto il 9 gennaio 2017.

I temi più approfonditi della sua ricerca sono l'Olocausto e il nazismo ma, soprattutto, il totalitarismo. Se, però, si fosse costretti a citare solo un suo studio, di certo chiunque lo ricorderebbe per la teoria della società liquida: egli diede questo attributo alla modernità, definendo la nostra società e il nostro modo di vivere in balìa del cambiamento, della paura, e del continuo e costante accrescimento dell'individualismo; una società sempre più in contatto e sempre più incapace di comunicare valori e idee.

Dietro alle teorie formulate e agli studi condotti, si nasconde il ritratto di una guida culturale: guardiamo il suo volto e ci apparirà scintillante una pipa, simbolo di saggezza di tempi passati e di profondità d'analisi, che non può non ricordare Georges Simenon: pensiamo ad uno dei suoi romanzi più celebri, L'uomo che guardava passare i treni: Kees Popinga, efferato assassino, lucido e solitario, non è forse la prova della possibilità per l'uomo moderno di vivere in mezzo a tutti e di non essere notato da nessuno? Ancora dietro a questi segni di vecchio saggio, si nasconde la giovinezza di un uomo che ha saputo essere lui stesso liquido: ha resistito a due espatrii forzati, ha rinunciato alla patria per preservare i propri ideali e la propria identità, ha intrapreso l'attività di insegnante in qualsiasi luogo del mondo. Credo che non ci sia esempio migliore per i giovani d'oggi: viaggiare non vuol dire fuggire, ma mettersi alla prova e, dopo essersi lanciati nell'inestricabile groviglio di fili che è la Storia, tentare di tirare le somme, considerare in termini assoluti la vita umana, rimanendo pur sempre legati alle dinamiche quotidiane.

 

MATTEO FERRARI

 

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